I’m Choosy

I’m Choosy, quando il mio direttore editoriale paga a spizzi&menozzi e io faccio ripetizioni per pagare le bollette e l’estetista e il libro che mi salverà dall’abisso della TV
I’m Choosy, quando a 18anni andavo a pulire i cessi, senza manco pensare a quello che stavo facendo.
I’m Choosy, quando da Roma vado a Napoli, aggratis, col Treno dei Matti, per fare il mio lavoro aggratis per un futuro migliore, pure se non mi reggo in piedi.

I’m Choosy, quando invece di andare a letto, correggo un pezzo di una collega e amica, perché lei è in difficoltà.

I’m Choosy, quando metto sulla bacheca del Conad “Simpatica 32enne con anni di esperienza impartisce ripetizioni a bambini delle elementari” per pagare magari anche la benzina.
I’m Choosy, quando, per scrivere e leggere, farei anche la cassiera alla Coop.

Cara Ministra Elsa Fornero, io una cosa la voglio sapere: quando avevi la mia età, eri Choosy anche te?!
E tua figlia è stata Choosy?

Ci avete chiamato Bamboccioni, Choosy, ci dite che siamo disoccupati, che se a 28anni non siamo laureati siamo dei falliti, ci chiedete scusa, perché ci avete scippato la nostra generazione.
C’è che io Choosy non lo sono mai stata. E mi girano i coglioni.
Ma grazie a te, Elsa, so una nuova parola.
Choosy.
Grazie, Elsa.

Andare a cogliere le olive a Bitonto

Prendete 4 ragazze giovani simpatiche e carine – una giornalista appassionata di cronaca nera e cadaveri, una photo editor appassionata di reportage sociale, un’addetta a montaggio e produzione video, una che si occupa di diritti e integrazione – mettetele dentro la libreria Arion al Palazzo dell Esposizioni di Roma, davanti a Mario Sechi. Che dice, in tranquillità e onestà, che l’Italia è afflitta da una cosa che si chiama “Gerontocrazia Democratica” e ti fa pensare in un lampo che Berlusconi nel 2013 si ricandiderà, ancora, e che avrà 77 anni. E se li porterà benissimo. Sechi, che la photo editor reputava una Bestia Nera, fa un rapido confronto con gli altri “Leader” europei e non: in media, 50anni, giovani, istruiti, sposati, forse monogami.

E’ lanciatissimo, Sechi, nel dirci che la politica noi giovani ce la dobbiamo prendere e che siamo un po’ troppo delicatucci e rifiutiamo spesso lavori “degradanti”. Ecco, è così che quando dice “io a 14anni andavo a lavorare in campagna”, a me e Pamela ci è venuto in mente che possiamo mollare gli anni di studio, la fatica, le foto io e i tagli ai “I menù di Benedetta” lei, e andare a raccogliere le olive a Bitonto.

Ero partita con le migliori intenzioni di scrivere un post su quanto noi giovani siamo disperati e davvero afflitti ma non ce la faccio proprio.

Vi dico solo che andremo a raccogliere le olive a Bitonto. E pure a Molfetta.

Aiutiamo Sara Tommasi

Fra un poco il Supremo Mega Direttore Editoriale chiederà ad ognuna delle sue redattrici – tutte femmine, tranne un povero e solo maschiotto – un pezzo sulla mitica condizione della Donna. Tutte ce ne usciremo dicendo che siamo uccise, trattate male, umiliate.
Ecco io stavolta parlerò di Sara Tommasi e della sua patata.
Perché oramai è più in vista di quella di Belen, perché sono convinta che più che esperta di finanza, la Tommasi sia solo un po’ esibizionista. E fa bene.
Metti che in una bella mattinata, la Bocconiana – e non fate facili battute – Sara Tommasi va alla Sala della Mercede insieme a Mimmo Scilipoti, che, come sapete, è un politico di grande spessore e ginecologo, per tenere un convegno dall’impegnativo titolo “Le origini del signoraggio bancario e le posizioni delle banche centrali”.
Come sapete la Tommasi è devota alla causa come la Canalis è un’attivista PETA e come una novella e più giovane e meno cespugliosa Marina Ripa di Meana, si spoglia per far capire a tutti quanto questa causa sia importante, lei è quella che dice parlando di se stessa e del suo lavoro da showgirl che “d’altro canto tutto questo è piuttosto labile e la mancanza di certezze crea un po’ di instabilità psicofisica e anche ansia. È come stare sulle montagne russe”. Ricordandosi di avere una laurea in economia e al grido di “fatevi ridare i vostri soldi” la Tommasi, con Mimmo e Alfonso Luigi Marra, supereroe dei nostri giorni, L’autore senza Opera, si uniscono e parlano di questo strano fenomeno (perché tutte le banche si sono unite, insieme alle agenzie di rating, ai Rettiliani e i Rothshild, ovviamente, per turbare il mercato con notizie false e tendenziose). A convegno finito, dopo qualche lagna di parlamentari monache, che non hanno fatto il bunga bunga o che devono mantenere un contegno, la Tommasi, di nero aderente vestita, che fa?
Esce e…
Ha caldo.
Perché vi assicuro in questi giorni a Roma si è davvero passati da un eccesso all’altro e allora si alza il vestito, (e vi giuro, anche io mi sarei calata i jeans ai Musei Capitolini, durante la conferenza stampa, per il caldo e per provare a quello della Carefree che non mi è vicino, non li uso, quindi non parlasse per assolutismi tipo “tutte le donne”) per far vedere che lei è davvero impegnata in questa causa, e che le banche, col loro signoraggio, l’hanno lasciata senza mutande.
Letteralmente.
Ora non so se ricordate lo spot della Tommasi per il libro di Marra – no, non quello con Ruby – dove stava nudissima. Ecco, vi ricordo che poco tempo prima la stessa bella bocconiana aveva pubblicamente detto di avere un microcip impiantato non si sa bene dove, che, una volta azionato, le faceva fare sesso a comando, drogata più volte a fini sessuali, e che le sue vicende nella questione Bunga Bunga per lei si sono concluse con la non attendibilità e il progetto di un film. No, non il remake di quello con Rocco Siffredi, uno serio, un cinepanettone.
Sempre lei, che alterna periodi di anonimato a periodi di eccessiva presenza senza mutande, ha da poco mollato il Nobile Fidanzato, che era davvero nobile dal sangue blu, e si è fatta consolare da Marra che la fa sentire sicura con il suo intelletto.
Immagino che il suo ginecologo sia Mimmo e che il “mettila all’aria” sia una terapia scientificamente dimostrata, come alcuni di voi sapranno, Scily (o Mimmo) è molto amico di Hamer (Nuova Medicina Germanica) e sarà qualcosa di psiconeurobiologico, che noi non avvezzi alla teoria del conflitto biologico formulata dall’antisemita Hamer non possiamo capire.
Quindi anche le mutande sono un complotto giudaico, studiato apposta per far venire cose come cistite, candida e altre simpatiche malattie.
A me Sara Tommasi piace.
Perché si è saputa adattare davvero a quello che il mondo del lavoro ti chiede quando sei donna. Poco cervello, tanta disponibilità, un paio di tette rifatte e soprattutto una farfallina completamente depilata.

Fiuto giornalistico.

VibrottVibrottVibrott

Da Obi, di domenica pomeriggio, con due tubetti di acrilico in mano – Giallo Napoli Imit e Bianco Zinco – dopo aver raccattato due cassette di legno vicino al secchio della munnezza, il telefono che squilla è come un improvviso prurito intimo, causa mutanda di pizzo non propriamente delicata.
Ecco, alla fine sfinita rispondi, ringhiando.
“Ciao Buena, sono la tua redattrice preferita”. Sto lì, e soffro. Vorrei fingere un’improvvisa assenza di campo. Mi dice, con tono grave che nel Magico Mondo dell’Arte – Trullallero Trullallà – è successa una cosa tremenda, di cui dobbiamo parlare. Pausa grave.
“Ok, che è successo?”
“E’ morto il fotografo ************”
“Eh”
“Lo conosci vero? E’ un grande fotografo”
“No, ma non posso essere omniscente, sono tanti e io sono indirizzata verso alcuni stili. Comunque dimmi”
“Ecco secondo me come redattrice e photo editor della testata dovresti parlarne perché poi era legato al mio compagno che lo aveva incontrato a Milano perché lui fa il curatore come sai”
“….. e quindi?”
“Dovresti spiegare la sua arte”
“Ma anche no”
“!!!!”
“Scusami eh, sarò dura: se vuoi scriverne te, perché lo conoscevi, scrivine te, sarai più accorata di me”
“Ma tu ti occupi della sezione fotografia”
“Ma non ne ho il monopolio”
“E poi ti volevo dire che stasera vado a quella cosa”
“Eh, brava”
“Ok, vado a messa e poi al Circolo”
“Eh brava”
“E’ domenica…”
“Senti, io sto da Obi coi tubetti di colore in mano. Cià”

A c@**o di cane #1

Il problema non è tanto gestirla, è avercela una famiglia.
Mucca puntuale come il ciclo mestruale, ogni volta che torno dalle ferie, è lì, all’erta, per chiedermi “QuandoCiVediamoQuandoCiVediamoQuandoCiVediamoQuandoCiVediamoQuandoCiVediamo”, ovviamente a carico mio il lato cibarie e affini, e nello stesso istante in cui leggo il messaggio sconvolgente su Facebook, ho una visione, modello Medium, dell’ilare serata a cui sarò sottoposta se dico “si”.
Racconti dei progressi della mia orribile figlioccia.
Aspettative sui souvenir.
Domande retoriche sul “quando ti sposi/quando procrei”.
Solite considerazioni sui mobili del mio salone, dell’Ikea, che grande invenzione e soprattutto la solita constatazione della comodità della poltrona rossa, il suo successivo spostamento e l’accarezzamento del bracciolo per enfatizzare la constatazione della comodità della suddetta poltrona.
Immaginarla seduta contrita sulla mia sedia blu coordinata al tavolo del terrazzo e constatare che – nonostante la mole di grasso – per fortuna non occupo anche lo spazio fra bracciolo e seduta e soffocare la successiva risata dovuta dall’immaginare la scena di lei che si alza con la sedia appiccicata e incastrata al fondoschiena.
Ora, considerando che il mio compleanno si avvicina e che ho già il terrore del “regalo da 5 euro” che in qualche modo dovrò occultare/riciclare/sfruttare per la Tombola degli Orrori di Natale, mi chiedo se è così insensato e poco educato dire “oh, ma perché non te ne stai a casa tua e io a casa mia e proviamo a ignorarci a vicenda?”

Perché mi vergogno di questa Biennale

Quel simpaticone del mio direttore editoriale, colto da berlusconismo acuto, brutta malattia, con una ricaduta nel Rattusismo mi ha bocciato questo articolo… Tié, ciucciatevelo voi!

Che non ami l’arte contemporanea lo sapevamo.
Che la sua sia una nomina inspiegabile, almeno agli addetti ai lavori, lo sapevamo.
Ce lo immaginiamo a urlare “capra, capra, capra” agli artisti che hanno firmato uno splendido documento che attesta l’emergenza culturale che il paese sta affrontando: Cucchi, Jori, Jodice hanno detto “no grazie”, loro, artisti con la A maiuscola.
Il Sindaco di Salemi – filosofo, curatore, critico d’arte, scrittore, presentatore TV, ospite dei Talk Show, seduttore – ha le idee un po’ confuse e forse è un po’ scosso dal recente flop televisivo (che sicuramente ha spinto moltissimi utenti Rai a sottoscrivere la Class Action promossa da Altroconsumo, per mancata fornitura del servizio pubblico), non ha chiaro che si parla di una Biennale d’Arte e non di una polemica contro le pale eoliche.

La nomina di Sgarbi come curatore del Padiglione Italia è stata segnata dai deliri di onnipotenza del Braccio Armato dell’Arte di Berlusconi, che ha minacciato più volte di andarsene – e sicuramente in parecchi hanno sperato che lo facesse davvero – per poi restare miseramente chiedendo, punta massima del delirio, di fare il soprintendente dei Beni Artistici di Venezia (delirio del 19 aprile, poi il mandato ai legali del critico per l’illegittima esclusione la domanda semplice della soprintendente Damiani “scusi, ma i progetti per la Biennale?” che al 26 aprile erano ancora un po’ vaghi).

Ha chiamato a raccolta moltissimi incompetenti ai lavori, scusate, intellettuali (Paolo Mieli, Don Andrea Gallo, Vladimir Luxuria, Lorenzo Zichichi, Mogol, Elio Fiorucci, Ferzan Ozpetek, Franco Battiato e molti altri, fino a Michele Ainis, lista molto lunga e poco comprensibile, che non conta giusto le Arcorine per ragioni ovvie) che hanno suggerito amici e parenti: e non serviva l’articolo di Claudia Colasanti su Il Fatto Quotidiano del 31 maggio per dirci quello che sapevamo: così, questa Biennale, si è trasformata in una farsa artistica.

Così, nella confusione, fra liste false, artisti che interpellati rispondono “ma io non sapevo nemmeno di essere stato invitato”, arriviamo ai “no grazie”, che vedono Ontani, Albanese, Checchini, Riello, che rifiutano proprio il sistema che sta alla base della scelta. Anche i curatori alla fine peccano di superficialità, mancanza di cognizione artistica e puntano solo a far sbancare i loro artisti in Laguna. E’ il caso dello strano trasloco – ben 527 chilometri- di artisti “appartenenti” allo stesso curatore e, possiamo dirlo, alcuni davvero artisticamente inutili.

La Biennale dell’incompetenza, il Padiglione del consenso: vittima sacrificale della politica scellerata di questo governo che punta moltissimo al consenso che passa attraverso televisione e paura, che nemmeno nei punti più bassi della storia si è arrivati a tanto, la metodologia della scelta per favoritismi, amicizie e intrallazzi, tutta italiana appare così legalizzata in una mostra che coinvolge il mondo intero e che ci vede, come al solito, provinciali e fuori luogo.

Un régime che striscia, in sottofondo, ombra che si materializza sul muro con due ritratti che glorificano questa farsa: sono le facce sorridenti di Berlusconi e di Sgarbi, a riassunto di quel giochino di inviti e pudici rifiuti che ha segnato una nomina scellerata che ha portato a una Biennale ridicola, inutile, vergognosa.

C’è da chiedersi dove sia andata a finire quella grande energia artistica che caratterizzava l’Italia che faceva cultura, dove siamo finiti noi italiani, dove son finiti gli intellettuali.

Un filo sottile e una coincidenza lega Venezia alle vicende di Roma: il Macro che finisce nelle mani di un sovrintendente/autore televisivo, di un artista che si firma B.zarro che lo taccia di provincialismo al contrario, che si augura di vederlo come un Salon des Refusés (intervista su Vernissage di Maggio) un ritorno al 1863 per cancellare con un colpo solo un’amministrazione che faceva respirare “aria d’Europa”.

Ora, in finale: perché il mondo della televisione deve invadere quello artistico e portare quella mentalità modello tubo catodico in un mondo che tutto è tranne che tubolare? E in più, una domanda banale: ma possibile che fra tutti gli “addetti ai lavori” non ci sia una persona idonea a curare questi due mondi – Biennale e Macro – con la competenza che ci si aspetta, la professionalità, l’intelligenza e il saper fare artistico?
Ed ecco qua: 200 opere, binari, artisti immeritevoli.
Ricordate di portare la ricevuta per ritirare la vostra buona dose di schifo e indignazione alla Lavanderia Padiglione Italia.

Se non ora quando? Forse avremmo dovuto farlo tanto tempo fa.

E ci risiamo.
Arriva la Festa delle Donne.
Abbiamo feste per tutto, per i single, per il gatto – nero e a colori vari – per i nonni e per l’Unità d’Italia.
Riusciamo a piegare una data qualsiasi per celebrare qualcosa che poi, realmente, non ha motivo d’essere festeggiata.
Ci risiamo. Ma quest’anno, invece di festeggiare la ritrovata libertà sessuale delle donne, andando a infilare soldi nel perizoma sempre troppo stretto di quell’oggetto chiamato uomo, scambiarci mimose, radunare piccoli eserciti di donne intorno a tavoli di ristoranti da menù speciali, quest’anno scenderemo in piazza a dire che il nostro corpo, no, non è merce.

Scusatemi, io, femmina, mi sono rotta le palle.

Quest’anno si scenderà in piazza indignate perché, come succede da sempre, il potere è legato a doppio filo con una cosa chiamata “sesso”.
Il Premier, quello che ci siamo scelti, ama quella cosa lì. Ma tanto. Piace a lui, piaceva agli altri prima di lui. Ai mariti, ai fidanzati. E’ inutile, oltre ad essere biologico, viviamo bombardati da immagini che ce lo evocano.
E sinceramente, quello che mi arriva da questa storia è solo un sorriso amaro.
Ci meritiamo tutto questo. Ce lo siamo scelto. E non è colpa della televisione, non è colpa dei suoi canali. Perché abbiamo potere di scelta. Non avere la TV in casa, per esempio. Non guardare le sue TV per esempio.
Potremmo uscire e andare a vedere altro. Il cinema per esempio. Uno spettacolo o una mostra. Ma non lo facciamo.

Adesso siamo qui, a pochi giorni dall’8 marzo e siamo tutte pronte a scendere in piazza perché noi, non siamo come Ruby.

Non me ne frega niente di Ruby. Nemmeno delle “Arcore’s Night”.
Non me ne frega poi tanto se negli atti il certificato di nascita di Ruby c’è o non c’è, se qualcuno ha già fatto sparire certi documenti per piazzarne altri e pagato il silenzio dei genitori poveri diavoli.

Quello per cui le donne si indignano non è lo stupro della ragazza spagnola che giustamente dice “me ne voglio andare dall’Italia”. Le donne non si indignano per la legge sulla fecondazione assistita, che fa contenti il Papa e i Cardinali, ma non i malati. Le donne non sono scese in piazza contro il Papa che ha detto che spesso ci costringono con informazioni sbagliate sull’aborto. Noi non ci scandalizziamo quando, per fare un figlio, perdiamo il lavoro che abbiamo conquistato con fatica. Scendere in piazza contro Ruby, o Nicole, o Imma e Noemi, non serve. Perché non c’è nulla di che indignarsi. Hanno scelto quella via più facile per “sistemarsi” perché non hanno poi altro da poter fare. Hanno voglia di salvarsi, come tanti, maschi e femmine, che cercano un appiglio sicuro a cui legarsi e galleggiare. Galleggiano.

Io mi incazzo quando una donna chiusa in una cella viene stuprata da quattro appartenenti alle forze dell’ordine che dicono “ma era consenziente!” solo perché non hanno lasciato lividi addosso. Mi incazzo quando sul bus il vecchietto con finta ingenuità mi mette la mano sul culo e tutti vedono e nessuno fa nulla. Mi incazzo quando il corpo delle donne viene considerato alla stregua di una Real Doll calda, parlante e altamente snodata. Quando il mio cervello non è nella scatola cranica ma nelle tette, ben ripartito fra le due. Quando per certi uomini io sono una taglia 48, non una specialista in un settore. Quando le istituzioni che mi dovrebbero tutelare, pensano ad attaccarsi non per temi sociali e utili, ma per donne, come se fossimo ancora a Troia.
Il problema è che di “troiane” ce ne sono tantissime e che non si può fare nemmeno più affidamento sul fatto che, a lungo termine, la bravura verrà premiata. Quelle persone se la caveranno sempre perché prima di loro ci sono persone che se la sono sempre cavata e che l’hanno “sfangata” senza essersi sforzati più di tanto e questa tolleranza della stupidità ha generato un mostro talmente grosso che adesso è fuori controllo.

Questa pochezza nel sentire, nel fare, ha creato due italiani: non sono “quelli del nord” e “quelli del sud”. Sono quelli che hanno “sfangato” il problema della casa, della macchina, dell’iPhone, e quelli che sono incazzati neri. Perché una casa non ce l’hanno e non arrivano a fine mese, che sono a casa, senza lavoro. Che lavorano in nero. Che sono bravi e che non riescono a trovare una giusta collocazione. Che sognano una politica sociale. Quelli che occupano le case o vanno alla mensa dei poveri. Quelli che la crisi c’è sempre stata e sempre ci sarà.
Dovremmo scendere in piazza per gridare la nostra rabbia verso una classe dirigente che “tira a campare”, smantellare questo sistema, gridare e invocare dignità e forza, carisma e volontà.
Ma siamo pochi.
Una parte delle mie simili scenderà in piazza per dirsi “offesa” da Ruby.
Una parte per dire “dimettiti”.
Ma tanti, tantissimi, sono lì a sperare di farne parte, sperano di esserci in questo grande monopoli dell’Italia. Sistemarsi con poca fatica, per tanto tempo, e che importa di quello che ho dovuto ingoiare.
Basta sfangarla.