No violence against women.

Un mese fa davanti a “Le tentazioni di Sant’Antonio” di Domenico Morelli, che è in collezione alla Galleria Nazionale di Roma, un amico mi disse “eccolo lì, sono 3000 anni che la donna viene considerata come una puttana, tentatrice”. Gli ho ringhiato contro, come mio solito, perché quel quadro mi ricorda cose dolcissime dei tempi dell’università. Ho provato anche a replicare, ma non avevo buone teorie.

Ieri poi ho aperto il Corriere della Sera e mi sono trovata di fronte alle facce delle 115 donne ammazzate nell’ultimo anno. Pallini verdi e rossi distinguevano chi era stata uccisa dal compagno/marito/padre, chi per eventi accidentali.
Ma sono 115. Madri, sorelle, giovani, meno giovani. Uccise sempre in maniera violenta, sgozzate da fidanzati, con proiettili che sono sempre in numero maggiore di tre. Mi è tornata in mente quella scena davanti a Morelli.
E le idee sono arrivate in fretta.
Penso che solo nel 1981 l’Italia ha tolto dal Codice penale l’articolo 587 che diceva sostanzialmente questo “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”

Noi donne sembriamo sempre sotto tutela, passate dal padre al marito, come persone incapaci. I posti “decisionali” sono sempre pochi, anche quando occupati, sembrano appartenere a due categorie: le bellone e le donne sempre un po’ sciupate, mascoline, un po’ bruttine.
La donna media, pare non esistere.
In Italia ci sono ancora posti dove la donna non è nemmeno considerata pensante, anzi, la donna è un puro strumento buono per figliare. In Italia si pratica l’infibulazione fra le piccole immigrate. In Italia la donna è buona per fare porno, fare figli, fare la suora, fare la madre, essere uccisa.

Queste uccisioni – che il termine femminicidio specifica ma isola, le ghettizza, è una parola che specifica un genere ma è brutto quanto almeno il crimine che indica – sono quasi giustificate. Gli uomini si sentono traditi, lasciati, morti dentro, arrivano a non elaborare un abbandono e uccidono, come a prendere possesso di quel corpo. Qualcosa che sta solo sopra allo strupro. Prendere con forza qualcosa che non ti appartiene:una donna.
E l’impunibilità successiva è disarmante.
Per un periodo la stampa non ha fatto altro che parlare di queste donne uccise. Era la moda giornalistica del momento. L’opinione pubblica si indigna, compaiono fiocchi rosa sulle giacche, sui profili di Facebook poi… niente.
Una soluzione non c’è.

Poi ci sono persone come Maria Anastasi, incinta di nove mesi, ammazzata e bruciata dal marito e dalla sua amante, Stefania Cancelliere uccisa davanti al figlio col mattarello da un marito denunciato per stalking, Alessandra Sorrentino uccisa con le forbici piantate nello stomaco, Raachida Lakhdimi soffocata con del nastro adesivo dal marito che poi l’ha messa in un sacco nero della spazzatura perché tanto per lui era, Samantha Comelli uccisa dal cognato convinto che fosse lei la causa del matrimonio fallito e come dimenticarsi di Carmela Petruzzi, che ha salvato la sorella dal fidanzato che viveva “alienato” dal mondo credendo solo a quello che passava su Facebook (e la sorella si è persa tante coltellate in tanti posti del corpo che saranno pari ai tagli dell’anima che avrà adesso che ha scoperto di essere rimasta sola, senza sua sorella).

Queste donne sono solo alcune delle vittime, queste donne non ci sono più.
Sono quelle i cui nomi sono noti, poi ci sarà un altro mondo, quello che non viene scritto sui giornali. Le violenze domestiche e gli stupri, le aggressioni, le donne vittime di stalking. Gli uomini che sembrano ignorare le restrizioni imposte da una legge che sulla carta pare funzionare bene.

Ci sono le donne e le piccole angherie quotidiane: scippi, persone che le reputano incompetenti, capi che allungano le mani, mariti che nella quotidianità le stalkerizzano magari per nulla.
Bambine picchiate. Bambine in strada a mendicare. Prostitute bruciate, sezionate, umiliate. Quelle che incontro mentre vado a lavoro, sfatte, cotte dal sole in estate, morte di freddo in inverno. Uomini che si fermano in giacca e cravatta, sulla mitica Strada Statale 148 Pontina, uomini d’affari, padri nobili di famiglia che prima di tornare a casa si fermano per un “pompino antistress”. Me li immagino a casa, felici. Baciano moglie e figlia. Loro sono altra specie. Eppure tutte abbiamo due tette, un utero, due ovaie, il ciclo. Tutte amiamo i trucchi, i vestiti, le scarpe. Siamo accumunate da cose stupide, dalla natura. Le donne sono di più degli uomini ma contano meno di tutto.

Veniamo ridicolizzate quando portiamo la macchina (il mio vicino che mentre parcheggio mi vede, ride, e dice che sono “insicura” e vuole evitare danni alla sua nuovissima macchina, sempre inversamente proporzionale al cervello e membro; peccato che ho 12 anni di patente e gli incidenti fatti sono stati sempre causati dagli altri) quando facciamo qualcosa per cui gli uomini sono “specializzati”.
Gli stessi uomini di cui sopra si vantano spesso di essere signori, ma finora io ne conosco solo due che mi aprono la porta e mi cedono il passo. E resto stupita quando mi versano l’acqua nel bicchiere (uno) o aprono lo sportello della macchina (sempre uno).

Questi uomini si vantano di tutto, dall’educazione alla prestazione. Spesso sono figure ridicole, parvenze d’uomo, educati da padri spesso bestie, che gli hanno tramandato la bestialità.
Sono figlia di una donna che per un uomo ha smesso di lavorare, ha cambiato città, ne è dipendente e succube. Quest’uomo, mio padre, è stato educato da un uomo, mio nonno, educato a concepire le donne come oggetti. Mio padre ha ripagato l’amore di mia madre nel modo peggiore. Mia madre lo venera.
Io mi sono detta che non farò mai la stessa fine.
Mi sono ispessita, sono diventata mascolina, crudele, ho un cilicio stresso al fianco e non me ne libero. Perché la mia vita è complicata, sull’orlo della crisi perenne, sono talmente complicata che chi mi sta accanto è un uomo paziente e buono.
Diverso da mio padre.

L’Italia è il paese della Madonna Vergine che ha partorito inseminata da un essere sovrannaturale. L’Italia è il paese de “la mamma è sempre la mamma”, della cucina di mamma, di amore di mamma. Hanno tutti una grande opinione di mamma.

Ma è anche il paese che ha abolito il delitto d’onore nel 1981, dopo i referendum sull’aborto e sul divorzio, molto tempo dopo. E’ anche il paese col numero di “ginecologi obiettori” più alto. perché l’aborto, cazzo, è contro Dio.

L’Italia è il paese dove a breve si passerà dal delitto d’onore a quello d’amore con attenuanti tipo “hai ammazzato una donna?! Fa nulla era una donna”.
Dove una donna non potrà mai abortire in maniera legale e sicura, perché non è capace di decidere, dove lo stalking è lecito e giusto se sei stato mollato.

Io nel frattempo mi adeguo.

Perché mi vergogno di questa Biennale

Quel simpaticone del mio direttore editoriale, colto da berlusconismo acuto, brutta malattia, con una ricaduta nel Rattusismo mi ha bocciato questo articolo… Tié, ciucciatevelo voi!

Che non ami l’arte contemporanea lo sapevamo.
Che la sua sia una nomina inspiegabile, almeno agli addetti ai lavori, lo sapevamo.
Ce lo immaginiamo a urlare “capra, capra, capra” agli artisti che hanno firmato uno splendido documento che attesta l’emergenza culturale che il paese sta affrontando: Cucchi, Jori, Jodice hanno detto “no grazie”, loro, artisti con la A maiuscola.
Il Sindaco di Salemi – filosofo, curatore, critico d’arte, scrittore, presentatore TV, ospite dei Talk Show, seduttore – ha le idee un po’ confuse e forse è un po’ scosso dal recente flop televisivo (che sicuramente ha spinto moltissimi utenti Rai a sottoscrivere la Class Action promossa da Altroconsumo, per mancata fornitura del servizio pubblico), non ha chiaro che si parla di una Biennale d’Arte e non di una polemica contro le pale eoliche.

La nomina di Sgarbi come curatore del Padiglione Italia è stata segnata dai deliri di onnipotenza del Braccio Armato dell’Arte di Berlusconi, che ha minacciato più volte di andarsene – e sicuramente in parecchi hanno sperato che lo facesse davvero – per poi restare miseramente chiedendo, punta massima del delirio, di fare il soprintendente dei Beni Artistici di Venezia (delirio del 19 aprile, poi il mandato ai legali del critico per l’illegittima esclusione la domanda semplice della soprintendente Damiani “scusi, ma i progetti per la Biennale?” che al 26 aprile erano ancora un po’ vaghi).

Ha chiamato a raccolta moltissimi incompetenti ai lavori, scusate, intellettuali (Paolo Mieli, Don Andrea Gallo, Vladimir Luxuria, Lorenzo Zichichi, Mogol, Elio Fiorucci, Ferzan Ozpetek, Franco Battiato e molti altri, fino a Michele Ainis, lista molto lunga e poco comprensibile, che non conta giusto le Arcorine per ragioni ovvie) che hanno suggerito amici e parenti: e non serviva l’articolo di Claudia Colasanti su Il Fatto Quotidiano del 31 maggio per dirci quello che sapevamo: così, questa Biennale, si è trasformata in una farsa artistica.

Così, nella confusione, fra liste false, artisti che interpellati rispondono “ma io non sapevo nemmeno di essere stato invitato”, arriviamo ai “no grazie”, che vedono Ontani, Albanese, Checchini, Riello, che rifiutano proprio il sistema che sta alla base della scelta. Anche i curatori alla fine peccano di superficialità, mancanza di cognizione artistica e puntano solo a far sbancare i loro artisti in Laguna. E’ il caso dello strano trasloco – ben 527 chilometri- di artisti “appartenenti” allo stesso curatore e, possiamo dirlo, alcuni davvero artisticamente inutili.

La Biennale dell’incompetenza, il Padiglione del consenso: vittima sacrificale della politica scellerata di questo governo che punta moltissimo al consenso che passa attraverso televisione e paura, che nemmeno nei punti più bassi della storia si è arrivati a tanto, la metodologia della scelta per favoritismi, amicizie e intrallazzi, tutta italiana appare così legalizzata in una mostra che coinvolge il mondo intero e che ci vede, come al solito, provinciali e fuori luogo.

Un régime che striscia, in sottofondo, ombra che si materializza sul muro con due ritratti che glorificano questa farsa: sono le facce sorridenti di Berlusconi e di Sgarbi, a riassunto di quel giochino di inviti e pudici rifiuti che ha segnato una nomina scellerata che ha portato a una Biennale ridicola, inutile, vergognosa.

C’è da chiedersi dove sia andata a finire quella grande energia artistica che caratterizzava l’Italia che faceva cultura, dove siamo finiti noi italiani, dove son finiti gli intellettuali.

Un filo sottile e una coincidenza lega Venezia alle vicende di Roma: il Macro che finisce nelle mani di un sovrintendente/autore televisivo, di un artista che si firma B.zarro che lo taccia di provincialismo al contrario, che si augura di vederlo come un Salon des Refusés (intervista su Vernissage di Maggio) un ritorno al 1863 per cancellare con un colpo solo un’amministrazione che faceva respirare “aria d’Europa”.

Ora, in finale: perché il mondo della televisione deve invadere quello artistico e portare quella mentalità modello tubo catodico in un mondo che tutto è tranne che tubolare? E in più, una domanda banale: ma possibile che fra tutti gli “addetti ai lavori” non ci sia una persona idonea a curare questi due mondi – Biennale e Macro – con la competenza che ci si aspetta, la professionalità, l’intelligenza e il saper fare artistico?
Ed ecco qua: 200 opere, binari, artisti immeritevoli.
Ricordate di portare la ricevuta per ritirare la vostra buona dose di schifo e indignazione alla Lavanderia Padiglione Italia.

Se non ora quando? Forse avremmo dovuto farlo tanto tempo fa.

E ci risiamo.
Arriva la Festa delle Donne.
Abbiamo feste per tutto, per i single, per il gatto – nero e a colori vari – per i nonni e per l’Unità d’Italia.
Riusciamo a piegare una data qualsiasi per celebrare qualcosa che poi, realmente, non ha motivo d’essere festeggiata.
Ci risiamo. Ma quest’anno, invece di festeggiare la ritrovata libertà sessuale delle donne, andando a infilare soldi nel perizoma sempre troppo stretto di quell’oggetto chiamato uomo, scambiarci mimose, radunare piccoli eserciti di donne intorno a tavoli di ristoranti da menù speciali, quest’anno scenderemo in piazza a dire che il nostro corpo, no, non è merce.

Scusatemi, io, femmina, mi sono rotta le palle.

Quest’anno si scenderà in piazza indignate perché, come succede da sempre, il potere è legato a doppio filo con una cosa chiamata “sesso”.
Il Premier, quello che ci siamo scelti, ama quella cosa lì. Ma tanto. Piace a lui, piaceva agli altri prima di lui. Ai mariti, ai fidanzati. E’ inutile, oltre ad essere biologico, viviamo bombardati da immagini che ce lo evocano.
E sinceramente, quello che mi arriva da questa storia è solo un sorriso amaro.
Ci meritiamo tutto questo. Ce lo siamo scelto. E non è colpa della televisione, non è colpa dei suoi canali. Perché abbiamo potere di scelta. Non avere la TV in casa, per esempio. Non guardare le sue TV per esempio.
Potremmo uscire e andare a vedere altro. Il cinema per esempio. Uno spettacolo o una mostra. Ma non lo facciamo.

Adesso siamo qui, a pochi giorni dall’8 marzo e siamo tutte pronte a scendere in piazza perché noi, non siamo come Ruby.

Non me ne frega niente di Ruby. Nemmeno delle “Arcore’s Night”.
Non me ne frega poi tanto se negli atti il certificato di nascita di Ruby c’è o non c’è, se qualcuno ha già fatto sparire certi documenti per piazzarne altri e pagato il silenzio dei genitori poveri diavoli.

Quello per cui le donne si indignano non è lo stupro della ragazza spagnola che giustamente dice “me ne voglio andare dall’Italia”. Le donne non si indignano per la legge sulla fecondazione assistita, che fa contenti il Papa e i Cardinali, ma non i malati. Le donne non sono scese in piazza contro il Papa che ha detto che spesso ci costringono con informazioni sbagliate sull’aborto. Noi non ci scandalizziamo quando, per fare un figlio, perdiamo il lavoro che abbiamo conquistato con fatica. Scendere in piazza contro Ruby, o Nicole, o Imma e Noemi, non serve. Perché non c’è nulla di che indignarsi. Hanno scelto quella via più facile per “sistemarsi” perché non hanno poi altro da poter fare. Hanno voglia di salvarsi, come tanti, maschi e femmine, che cercano un appiglio sicuro a cui legarsi e galleggiare. Galleggiano.

Io mi incazzo quando una donna chiusa in una cella viene stuprata da quattro appartenenti alle forze dell’ordine che dicono “ma era consenziente!” solo perché non hanno lasciato lividi addosso. Mi incazzo quando sul bus il vecchietto con finta ingenuità mi mette la mano sul culo e tutti vedono e nessuno fa nulla. Mi incazzo quando il corpo delle donne viene considerato alla stregua di una Real Doll calda, parlante e altamente snodata. Quando il mio cervello non è nella scatola cranica ma nelle tette, ben ripartito fra le due. Quando per certi uomini io sono una taglia 48, non una specialista in un settore. Quando le istituzioni che mi dovrebbero tutelare, pensano ad attaccarsi non per temi sociali e utili, ma per donne, come se fossimo ancora a Troia.
Il problema è che di “troiane” ce ne sono tantissime e che non si può fare nemmeno più affidamento sul fatto che, a lungo termine, la bravura verrà premiata. Quelle persone se la caveranno sempre perché prima di loro ci sono persone che se la sono sempre cavata e che l’hanno “sfangata” senza essersi sforzati più di tanto e questa tolleranza della stupidità ha generato un mostro talmente grosso che adesso è fuori controllo.

Questa pochezza nel sentire, nel fare, ha creato due italiani: non sono “quelli del nord” e “quelli del sud”. Sono quelli che hanno “sfangato” il problema della casa, della macchina, dell’iPhone, e quelli che sono incazzati neri. Perché una casa non ce l’hanno e non arrivano a fine mese, che sono a casa, senza lavoro. Che lavorano in nero. Che sono bravi e che non riescono a trovare una giusta collocazione. Che sognano una politica sociale. Quelli che occupano le case o vanno alla mensa dei poveri. Quelli che la crisi c’è sempre stata e sempre ci sarà.
Dovremmo scendere in piazza per gridare la nostra rabbia verso una classe dirigente che “tira a campare”, smantellare questo sistema, gridare e invocare dignità e forza, carisma e volontà.
Ma siamo pochi.
Una parte delle mie simili scenderà in piazza per dirsi “offesa” da Ruby.
Una parte per dire “dimettiti”.
Ma tanti, tantissimi, sono lì a sperare di farne parte, sperano di esserci in questo grande monopoli dell’Italia. Sistemarsi con poca fatica, per tanto tempo, e che importa di quello che ho dovuto ingoiare.
Basta sfangarla.