Aiutiamo Sara Tommasi

Fra un poco il Supremo Mega Direttore Editoriale chiederà ad ognuna delle sue redattrici – tutte femmine, tranne un povero e solo maschiotto – un pezzo sulla mitica condizione della Donna. Tutte ce ne usciremo dicendo che siamo uccise, trattate male, umiliate.
Ecco io stavolta parlerò di Sara Tommasi e della sua patata.
Perché oramai è più in vista di quella di Belen, perché sono convinta che più che esperta di finanza, la Tommasi sia solo un po’ esibizionista. E fa bene.
Metti che in una bella mattinata, la Bocconiana – e non fate facili battute – Sara Tommasi va alla Sala della Mercede insieme a Mimmo Scilipoti, che, come sapete, è un politico di grande spessore e ginecologo, per tenere un convegno dall’impegnativo titolo “Le origini del signoraggio bancario e le posizioni delle banche centrali”.
Come sapete la Tommasi è devota alla causa come la Canalis è un’attivista PETA e come una novella e più giovane e meno cespugliosa Marina Ripa di Meana, si spoglia per far capire a tutti quanto questa causa sia importante, lei è quella che dice parlando di se stessa e del suo lavoro da showgirl che “d’altro canto tutto questo è piuttosto labile e la mancanza di certezze crea un po’ di instabilità psicofisica e anche ansia. È come stare sulle montagne russe”. Ricordandosi di avere una laurea in economia e al grido di “fatevi ridare i vostri soldi” la Tommasi, con Mimmo e Alfonso Luigi Marra, supereroe dei nostri giorni, L’autore senza Opera, si uniscono e parlano di questo strano fenomeno (perché tutte le banche si sono unite, insieme alle agenzie di rating, ai Rettiliani e i Rothshild, ovviamente, per turbare il mercato con notizie false e tendenziose). A convegno finito, dopo qualche lagna di parlamentari monache, che non hanno fatto il bunga bunga o che devono mantenere un contegno, la Tommasi, di nero aderente vestita, che fa?
Esce e…
Ha caldo.
Perché vi assicuro in questi giorni a Roma si è davvero passati da un eccesso all’altro e allora si alza il vestito, (e vi giuro, anche io mi sarei calata i jeans ai Musei Capitolini, durante la conferenza stampa, per il caldo e per provare a quello della Carefree che non mi è vicino, non li uso, quindi non parlasse per assolutismi tipo “tutte le donne”) per far vedere che lei è davvero impegnata in questa causa, e che le banche, col loro signoraggio, l’hanno lasciata senza mutande.
Letteralmente.
Ora non so se ricordate lo spot della Tommasi per il libro di Marra – no, non quello con Ruby – dove stava nudissima. Ecco, vi ricordo che poco tempo prima la stessa bella bocconiana aveva pubblicamente detto di avere un microcip impiantato non si sa bene dove, che, una volta azionato, le faceva fare sesso a comando, drogata più volte a fini sessuali, e che le sue vicende nella questione Bunga Bunga per lei si sono concluse con la non attendibilità e il progetto di un film. No, non il remake di quello con Rocco Siffredi, uno serio, un cinepanettone.
Sempre lei, che alterna periodi di anonimato a periodi di eccessiva presenza senza mutande, ha da poco mollato il Nobile Fidanzato, che era davvero nobile dal sangue blu, e si è fatta consolare da Marra che la fa sentire sicura con il suo intelletto.
Immagino che il suo ginecologo sia Mimmo e che il “mettila all’aria” sia una terapia scientificamente dimostrata, come alcuni di voi sapranno, Scily (o Mimmo) è molto amico di Hamer (Nuova Medicina Germanica) e sarà qualcosa di psiconeurobiologico, che noi non avvezzi alla teoria del conflitto biologico formulata dall’antisemita Hamer non possiamo capire.
Quindi anche le mutande sono un complotto giudaico, studiato apposta per far venire cose come cistite, candida e altre simpatiche malattie.
A me Sara Tommasi piace.
Perché si è saputa adattare davvero a quello che il mondo del lavoro ti chiede quando sei donna. Poco cervello, tanta disponibilità, un paio di tette rifatte e soprattutto una farfallina completamente depilata.

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Fiuto giornalistico.

VibrottVibrottVibrott

Da Obi, di domenica pomeriggio, con due tubetti di acrilico in mano – Giallo Napoli Imit e Bianco Zinco – dopo aver raccattato due cassette di legno vicino al secchio della munnezza, il telefono che squilla è come un improvviso prurito intimo, causa mutanda di pizzo non propriamente delicata.
Ecco, alla fine sfinita rispondi, ringhiando.
“Ciao Buena, sono la tua redattrice preferita”. Sto lì, e soffro. Vorrei fingere un’improvvisa assenza di campo. Mi dice, con tono grave che nel Magico Mondo dell’Arte – Trullallero Trullallà – è successa una cosa tremenda, di cui dobbiamo parlare. Pausa grave.
“Ok, che è successo?”
“E’ morto il fotografo ************”
“Eh”
“Lo conosci vero? E’ un grande fotografo”
“No, ma non posso essere omniscente, sono tanti e io sono indirizzata verso alcuni stili. Comunque dimmi”
“Ecco secondo me come redattrice e photo editor della testata dovresti parlarne perché poi era legato al mio compagno che lo aveva incontrato a Milano perché lui fa il curatore come sai”
“….. e quindi?”
“Dovresti spiegare la sua arte”
“Ma anche no”
“!!!!”
“Scusami eh, sarò dura: se vuoi scriverne te, perché lo conoscevi, scrivine te, sarai più accorata di me”
“Ma tu ti occupi della sezione fotografia”
“Ma non ne ho il monopolio”
“E poi ti volevo dire che stasera vado a quella cosa”
“Eh, brava”
“Ok, vado a messa e poi al Circolo”
“Eh brava”
“E’ domenica…”
“Senti, io sto da Obi coi tubetti di colore in mano. Cià”

A c@**o di cane #1

Il problema non è tanto gestirla, è avercela una famiglia.
Mucca puntuale come il ciclo mestruale, ogni volta che torno dalle ferie, è lì, all’erta, per chiedermi “QuandoCiVediamoQuandoCiVediamoQuandoCiVediamoQuandoCiVediamoQuandoCiVediamo”, ovviamente a carico mio il lato cibarie e affini, e nello stesso istante in cui leggo il messaggio sconvolgente su Facebook, ho una visione, modello Medium, dell’ilare serata a cui sarò sottoposta se dico “si”.
Racconti dei progressi della mia orribile figlioccia.
Aspettative sui souvenir.
Domande retoriche sul “quando ti sposi/quando procrei”.
Solite considerazioni sui mobili del mio salone, dell’Ikea, che grande invenzione e soprattutto la solita constatazione della comodità della poltrona rossa, il suo successivo spostamento e l’accarezzamento del bracciolo per enfatizzare la constatazione della comodità della suddetta poltrona.
Immaginarla seduta contrita sulla mia sedia blu coordinata al tavolo del terrazzo e constatare che – nonostante la mole di grasso – per fortuna non occupo anche lo spazio fra bracciolo e seduta e soffocare la successiva risata dovuta dall’immaginare la scena di lei che si alza con la sedia appiccicata e incastrata al fondoschiena.
Ora, considerando che il mio compleanno si avvicina e che ho già il terrore del “regalo da 5 euro” che in qualche modo dovrò occultare/riciclare/sfruttare per la Tombola degli Orrori di Natale, mi chiedo se è così insensato e poco educato dire “oh, ma perché non te ne stai a casa tua e io a casa mia e proviamo a ignorarci a vicenda?”