Fiuto giornalistico.

VibrottVibrottVibrott

Da Obi, di domenica pomeriggio, con due tubetti di acrilico in mano – Giallo Napoli Imit e Bianco Zinco – dopo aver raccattato due cassette di legno vicino al secchio della munnezza, il telefono che squilla è come un improvviso prurito intimo, causa mutanda di pizzo non propriamente delicata.
Ecco, alla fine sfinita rispondi, ringhiando.
“Ciao Buena, sono la tua redattrice preferita”. Sto lì, e soffro. Vorrei fingere un’improvvisa assenza di campo. Mi dice, con tono grave che nel Magico Mondo dell’Arte – Trullallero Trullallà – è successa una cosa tremenda, di cui dobbiamo parlare. Pausa grave.
“Ok, che è successo?”
“E’ morto il fotografo ************”
“Eh”
“Lo conosci vero? E’ un grande fotografo”
“No, ma non posso essere omniscente, sono tanti e io sono indirizzata verso alcuni stili. Comunque dimmi”
“Ecco secondo me come redattrice e photo editor della testata dovresti parlarne perché poi era legato al mio compagno che lo aveva incontrato a Milano perché lui fa il curatore come sai”
“….. e quindi?”
“Dovresti spiegare la sua arte”
“Ma anche no”
“!!!!”
“Scusami eh, sarò dura: se vuoi scriverne te, perché lo conoscevi, scrivine te, sarai più accorata di me”
“Ma tu ti occupi della sezione fotografia”
“Ma non ne ho il monopolio”
“E poi ti volevo dire che stasera vado a quella cosa”
“Eh, brava”
“Ok, vado a messa e poi al Circolo”
“Eh brava”
“E’ domenica…”
“Senti, io sto da Obi coi tubetti di colore in mano. Cià”

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