Perché mi vergogno di questa Biennale

Quel simpaticone del mio direttore editoriale, colto da berlusconismo acuto, brutta malattia, con una ricaduta nel Rattusismo mi ha bocciato questo articolo… Tié, ciucciatevelo voi!

Che non ami l’arte contemporanea lo sapevamo.
Che la sua sia una nomina inspiegabile, almeno agli addetti ai lavori, lo sapevamo.
Ce lo immaginiamo a urlare “capra, capra, capra” agli artisti che hanno firmato uno splendido documento che attesta l’emergenza culturale che il paese sta affrontando: Cucchi, Jori, Jodice hanno detto “no grazie”, loro, artisti con la A maiuscola.
Il Sindaco di Salemi – filosofo, curatore, critico d’arte, scrittore, presentatore TV, ospite dei Talk Show, seduttore – ha le idee un po’ confuse e forse è un po’ scosso dal recente flop televisivo (che sicuramente ha spinto moltissimi utenti Rai a sottoscrivere la Class Action promossa da Altroconsumo, per mancata fornitura del servizio pubblico), non ha chiaro che si parla di una Biennale d’Arte e non di una polemica contro le pale eoliche.

La nomina di Sgarbi come curatore del Padiglione Italia è stata segnata dai deliri di onnipotenza del Braccio Armato dell’Arte di Berlusconi, che ha minacciato più volte di andarsene – e sicuramente in parecchi hanno sperato che lo facesse davvero – per poi restare miseramente chiedendo, punta massima del delirio, di fare il soprintendente dei Beni Artistici di Venezia (delirio del 19 aprile, poi il mandato ai legali del critico per l’illegittima esclusione la domanda semplice della soprintendente Damiani “scusi, ma i progetti per la Biennale?” che al 26 aprile erano ancora un po’ vaghi).

Ha chiamato a raccolta moltissimi incompetenti ai lavori, scusate, intellettuali (Paolo Mieli, Don Andrea Gallo, Vladimir Luxuria, Lorenzo Zichichi, Mogol, Elio Fiorucci, Ferzan Ozpetek, Franco Battiato e molti altri, fino a Michele Ainis, lista molto lunga e poco comprensibile, che non conta giusto le Arcorine per ragioni ovvie) che hanno suggerito amici e parenti: e non serviva l’articolo di Claudia Colasanti su Il Fatto Quotidiano del 31 maggio per dirci quello che sapevamo: così, questa Biennale, si è trasformata in una farsa artistica.

Così, nella confusione, fra liste false, artisti che interpellati rispondono “ma io non sapevo nemmeno di essere stato invitato”, arriviamo ai “no grazie”, che vedono Ontani, Albanese, Checchini, Riello, che rifiutano proprio il sistema che sta alla base della scelta. Anche i curatori alla fine peccano di superficialità, mancanza di cognizione artistica e puntano solo a far sbancare i loro artisti in Laguna. E’ il caso dello strano trasloco – ben 527 chilometri- di artisti “appartenenti” allo stesso curatore e, possiamo dirlo, alcuni davvero artisticamente inutili.

La Biennale dell’incompetenza, il Padiglione del consenso: vittima sacrificale della politica scellerata di questo governo che punta moltissimo al consenso che passa attraverso televisione e paura, che nemmeno nei punti più bassi della storia si è arrivati a tanto, la metodologia della scelta per favoritismi, amicizie e intrallazzi, tutta italiana appare così legalizzata in una mostra che coinvolge il mondo intero e che ci vede, come al solito, provinciali e fuori luogo.

Un régime che striscia, in sottofondo, ombra che si materializza sul muro con due ritratti che glorificano questa farsa: sono le facce sorridenti di Berlusconi e di Sgarbi, a riassunto di quel giochino di inviti e pudici rifiuti che ha segnato una nomina scellerata che ha portato a una Biennale ridicola, inutile, vergognosa.

C’è da chiedersi dove sia andata a finire quella grande energia artistica che caratterizzava l’Italia che faceva cultura, dove siamo finiti noi italiani, dove son finiti gli intellettuali.

Un filo sottile e una coincidenza lega Venezia alle vicende di Roma: il Macro che finisce nelle mani di un sovrintendente/autore televisivo, di un artista che si firma B.zarro che lo taccia di provincialismo al contrario, che si augura di vederlo come un Salon des Refusés (intervista su Vernissage di Maggio) un ritorno al 1863 per cancellare con un colpo solo un’amministrazione che faceva respirare “aria d’Europa”.

Ora, in finale: perché il mondo della televisione deve invadere quello artistico e portare quella mentalità modello tubo catodico in un mondo che tutto è tranne che tubolare? E in più, una domanda banale: ma possibile che fra tutti gli “addetti ai lavori” non ci sia una persona idonea a curare questi due mondi – Biennale e Macro – con la competenza che ci si aspetta, la professionalità, l’intelligenza e il saper fare artistico?
Ed ecco qua: 200 opere, binari, artisti immeritevoli.
Ricordate di portare la ricevuta per ritirare la vostra buona dose di schifo e indignazione alla Lavanderia Padiglione Italia.

Souvenir dal Festival Internazionale del Giornalismo.

sto usando un computer di uno che non conosco per fingere di star lavorando dato che a quelli delle iene serviva registrare una parte della puntata sul festival. chiunque tu sia, grazie per avermi inconsapevolmente permesso di usare questo mac, l’ho trattato bene, come se fosse un figlio. Magari un giorno avrò anche io un mac come questo e non sarà più necessario fingere di averlo. Ora la registrazione sembra che stia per finire adtrucncmdidicc <——- qui non sapevo più cosa fingere di scrivere e ho schiacciato tasti a caso. Insomma qui ora noi dobbiamo, appena il tipo delle iene dice "internet", girarci verso la telecamera e alzare il pollice tenendo la faccia seria. impossibile insomma. certo che sdvkjshdvnchfudjfurhtyghfnchfbdsgsushryfg. ancora non sapevo che scrivere, qui viene per le lunghe, non va mai bene come alziamo il pollice. il regista dice che dobbiamo "ammiccare" di più. trovo questa cosa molto assurda, la televisione è finissima in queste cose! tu che ne pensi? mille scene per girare poi un pezzo di, quanto sarà? un minuto? ci stiamo mettendo più di un quarto d'ora!
qui sto scrivendo un papiro, se sei arrivato a leggere fino qui……. non so che dirti… boh, ho esaurito gli argomenti, devo solo continuare a scrivere per fingere e fingere e fingere e fingere. non lo rileggo nemmeno, temo sia altamente sgrammaticato tutto ciò. "ricordatevi su internet, ammiccanti!" fa il regista. ecco ora che quello delle iene ha sbagliato per l'ennesima volta la sua battuta e non sa come continuare, forse ora! dhfivc. altro errore, stavolta dei cameraman, boh sdjvhehhfguchhfuuryfhcidkfjtughcy. ennesima ripresa, ora il problema era che non siamo troppo decisi quando alziamo il pollice, ti pare? assurderrimo!! ora!! fhg ULTIMISSIMA dice il regista, speriamo sia vero perché sono stufo di scrivere calzate! la correzione automatica ha scritto calzate3 e non calzate boh!! fa un po' ridere! ora! hfuudyrhfhy chi alci fh cnhgyrtiufhncbv ghfn. forse abbiamo finito, così la smetto di usurpare il tuo mac! fine! ok, applauso, ciao!!!

L’Allegro Tormentone.

Non sazia dei mirabili servizi che ogni estate, Studio Aperto, ci passa con cadenza mensile, per un trimestre intero – giugno, di previsione, Luglio perchè quasi ci azzeccano, Agosto perchè così si fa la classifica – sul Tormentone Estivo, voglio scrivere anche la mia.
Ho scoperto che questa strana Sindrome del juke-box, non solo ha afflitto me nelle estati di gioventù, ma è una cosa proprio studiata, come ci insegna il filosofo Peter Szendy.
Insomma, è del tutto normale che io passi ore a sentire la stessa canzone e magari, oltre che canticchiarla, costruirci un musical. Come è normale immedesimarsi in un testo – pensate quando mi immedesimo in testi & ritmi portoricani, improvvisamente il mio culo inizia dalla seconda vertebra cervicale e, nonostante le tematiche, ossia “sei figa mi ti voglio scopare” o “ti ho scopato e mi manchi, torna, torna” mi senta un po’ la strafiga della disco– è anche normale piangerci sopra riascoltandole.
Come se io ascoltando …. ora non me ne viene nessuna, piangessi fiumi copiosi di lacrime, rivivendo attraverso le note, la valanga di sensazioni.
Non mi è successo di piangere, di ripensare, sì.

L’Allegro Tormentone prende la parte irrazionale di noi: un po’ come diceva Proust nella “Recerche”, è ” l’aria nazionale del loro amore”, stanno lì proprio per stanarci, siamo portati a censurare le canzonette, nessuno le ascolta e poi sono al primo posto e le cantiamo comunque. Come se ci fosse un processo di osmosi musicale. A forza di sentire “Dime che te paso”, l’ho imparata a memoria.

Ad esempio, parlo della mia pochezza: un’altra canzone che alla fine mi è entrata in testa è “Te regalos amores” . Ho dichiarato, tronfia, questo inverno nel mio cappottino rosa porcello “questa proprio non mi entra in testa, anzi mi fa pure un po’ schifo”. La risposta è stata “VEDRAI“.
Mentre stavo sul volo per Berlino, questa cosa si è insinuata nella testa tanto che alla fine mi sarei messa a ballare mentre attendevo con ansia l’imbarco e i due piccioncini davanti a me programmavano due cose, la cena e la successiva scopata, l’avrei cantata mentre la Hostess illustrava come mettere il giubbino giallo di salvataggio e io stavo per alzare il ditino e cantare prima “Te regalos Amores…” e dopo “scusi, dove devo soffiare?”, la volevo pure cantare alla suora che si faceva il segno della croce.
Il mio pensiero è stato “Te Regalos Amores, ma almeno se casca, stando seduta accanto a te, magari Dio mi sconta 4 o 5 peccatucci.”
L’Allegro Tormentone è tutto mio: e anche se i filosofi possono teorizzare sulla bellezza della Pop Culture, anche se l’hanno affossata negli ultimi 10anni, è una canzone solo mia, che inizio a cantare tipo “Te regalo un beso y mil razones para amarte tanto te regalo tanto prometo asi secar tu llanto” poi a questo punto c’è un’altra strofa, ma non me la ricordo, quindi devio, quindi penso che effettivamente, per fare sesso, lo spagnolo è meglio del tedesco e anche dell’italiano, è che per cantarlo già ti si intreccia la lingua e ispira pornopensieri.

Per l’Allegro Tormentone è preferibile il tema dell’amore/perso/trovato/aspettato/ispirato.
Da noi la Chanson d’Amour unisce folle, fa soffrire tutti, in 3 minuti di catarsi profonda. Prendete “Scivoli di nuovo” di Tiziano Ferro. E’ finita nel mio iPod, al settimo ascolto ho visto intorno a me una specie di muro, che quello di Berlino gli faceva una pippa, muro cupo, muro spesso, mi sono sentita così triste, ma così triste che…. ho “sventolato” merda con il mio personalissimo ventilatore, velocità 3 con oscillazione continua.
Per buono un mese. Combinando disastri mostruosi.

L’Allegro Tormentone è stato “AmoBerlinoVoglioVivereABerlinoAdoroBerlinoE’BellissimaBerlino
E’LaMiaCasaVoglioVivereQui”
mentre addentavo bagel con pomodoro, formaggio cremoso e ‘nsalata, col BlackBerry nella sinistra che pensavo a cosa, o meglio, che grandissima cazzata avevo detto quando, conoscendoti ti ho detto “NonAmoViaggiareEOdioBerlinoELisbonaLaPoloniaLaSiciliaMiStaBeneLaTurchia” perchè per la prima volta, posato piede nel Sacro Suolo Tedesco, ho notato come tutto fosse a misura. I marciapiedi, la Metro, i prezzi, il cibo e il caffè, perfino il mio strano e mai azzeccato modo di vestire,
A Berlino ho scoperto che è bello sorridere alla gente e che i musicisti ambulanti metropolitani sono una vera figata, che qui volere è anche potere, e che voglio aprirmi anche io una boutique a Prenzlauer Berg.
Ho scoperto la dimensione che a Roma, non c’è: alla Taschles si sta da Dio, e anche se stan tutti fermi lì a guardare le guide e chiedersi ” MaCheCazzoE’ ” io mi sono sentita al calduccio di casa. Sull’uscio o lasciato mediocrità e regole, storia e memoria, ho lanciato la mia zavorra emotiva in avanti che è caduta, si è rotta, è diventata colore, graffito, segno.
Mi sono sentita come una 28enne e non come una 56enne come mio solito e quando sono uscita, i bagagli culturali non li ho ritrovati più.
In borsa 3 stampe e indirizzi, nuovi visi e nuove forme. Nuova arte.
Sono stata lì. C’è chi va a Lourdes c’è chi va a Berlino.
Si va in viaggio per cercare qualcosa, io avevo smesso di cercare, e ho fatto una cosa incredibile.
Ho dato un taglio.
L’inverno è finito. Benvenuta primavera.

Benvenuto tormentone.
Quando ti ascolto, sento l’odore di Berlino. E c’è anche una parte di me.