#3

Qualcuno ti dirà: “E’ andata così.”
No, abbiamo voluto che andasse così. E riguardo quella strana teoria di quel che vorresti e non c’è mai, ho ascoltato davvero parlare per una volta le mie richieste profonde. Le ferite si chiudono, ci vuole un po’ ma si chiudono. Quelle della pelle si chiudono tutte. Quelle della mente invece si riaprono a piacimento quando meno te lo aspetti. Inseguiti e inseguitori hanno le stesse paure, scappano da se stessi e rincorrono se stessi. A fuggire sempre alle lunghe manca il fiato e ad attendere troppo si finisce per stancarsi di ciò che si aspetta. Poi accade un momento di distrazione in cui ci si ferma entrambi e ci si accorge assurdamente di essere già troppo lontani, lontanissimi, davvero troppo ormai per riconoscersi.

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#2

Voglio dirti che forse non siamo stati un bel sogno ma neppure una brutta realtà. Voglio dirti che si possono percorrere anni luce in una sola notte. Che c’è chi si sente l’anima gemella di un altro, chi bestemmia amore fuori senza averne dentro, chi inganna il silenzio con finte parole, chi si spreca nei letti di chiunque. E poi ci siamo noi, che dove siamo stati non lo so, ma siamo stati qualcosa comunque.

Massimo Bisotti.

Intollerante

Non sopporto le Bimbe Minkia alla Feltrinelli, BigBabol Fragolosa in bocca e Coca Cola in mano, che urlano mentre te cerchi un libro che non ti salverà la vita ma ti svolterà la serata, non sopporto i complottisti, i rettiliani, e i Visitors, non sopporto gli arroganti, i pretestuosi, chi si è fregato il mio Garmin e il carabiniere che mi ha risposto “ma lei vive qui!”. Non sopporto i blogger improvvisati, chi non sa scrivere e non usa il dizionario (oggi c’è Google!), i genitori che i figli sono santi, i neonati, i duenni e i quattrenni e quelli in mezzo, non sopporto gli adolescenti, i diciottenni, i ventenni e i quarentenni in carriera con la fidanzata a casa eclissata al momento giusto.
Non sopporto quelli che se non hai l’iPhone sei un pezzente, se non c’hai l’iPad un poveraccio e se hai un cellulare con Android ti attaccano certe pippe per dimostrare l’incredibile superiorità dell’iPhone, e ti chiedi, nel caso in cui Mr. PippaPhone sia un maschio, se ci si misura l’uccello e se c’ha installato sopra il Segometro e se lo usa.
Non sopporto i notai, gli sboroni, gli avvocati, i meccanici, i registi di film porno, quelli di film impegnati e quelli dei cinepanettoni, non sopporto i sottotitoli, i blog di Tumblr pieni di foto di Emo-Bimbi-Minkia, San Valentino e i Baci Perugina Bianchi, i grafici che si sentono photo editor e i photo editor che fanno i grafici, i direttori editoriali, Venezia senza fogne, la Biennale, la Triennale e la Quadriennale, gli uffici stampa, quelli che non rispondono alle e-mail, quelli che dicono “l’ufficio stampa sono io!”, non sopporto l’approssimazione, gli ingegneri e l’ipercorrettismo. I libri della Economica Feltrinelli e i cartonati con la sovracopertina che si strappa sempre.
Ucciderei chi scrive pò e non po’.
Non sopporto chi, mentre affoghi i tuoi dispiaceri nel cibo ti sibila “è già marzo! cosa fai, mangi?”, quelli dietro di te in fila alla Coop con l’astice vivo nella busta del reparto pescheria che godono nell’immaginare la morte della povera bestiola e prendono in giro i vegetariani e te, che tenti fra mille ostacoli la via del vegetarianesimo consapevole. Odio quelli col suv, con la Cooper e la vicina di casa con la macchinetta da Bimba Minkia Troia, odio quelle con gli stivali bianchi, la borsa bianca, gli stivaloni da moschettiere, i maxipull e i miniabiti. Non sopporto i capricci di I. non sopporto le amiche che se non le chiami un giorno si e l’altro pure si lagnano, le canne e chi le fuma sentendosi tanto “trendy”, i finti nerd, gli hipster del cazzo, le creste, i maschi con le camicie rosa coi colletti e i polsini bianchi, chi fa yoga, chi fa pilates e chi va in palestra. Detesto i tatuaggi con le scritte romane, greche, gotiche. Le Bimbe Minkia coi piercing, i jeans stretti e le peep toe, le tredicenni travestite da diciottenni che si atteggiano come quarantenni troppo trombate, le Milf, le Cougar o, per noi tutti, Le Gran Mignotte, le scarpe leopardate, zebrate, argentate, le scarpe da mignottona, chi se le mette e non ci sa camminare.
Non sopporto i crisantemi.
Non sopporto il peperoncino.
Non sopporto chi legge Il Messaggero e La Gazzetta dello Sport, Il Foglio e Il Giornale, con annessa LatRina Oggi.

E vaffanculo.

Vergogne letterarie

Prima delle ferie sono andata alla Feltrinelli, sacra oasi in terra pontina e ho comprato un libro.
L’ho preso, scettica.
L’ho snobbato. Anche se 4 delle mie più care amiche lo adorano.
C’è pure il film.
Ho letto le prime pagine.
E non sono riuscita a resistere.
Si, l’ho preso.
E in cassa ho fatto mettere l’adesivo per coprire i 13 euro del prezzo.
L’ho nascosto nello studio, vergognandomene.

Insomma, mi sono comprata “Mangia, prega, ama” di Elisabeth Glizer e non riesco a staccarmene.

Vergogna.

No. No. E solo no. Ma in fondo è “si”

E’ che tutto fa paura.
Tutto, partendo da me. Risolvere cose che mai avresti pensato possibili, attuabili, o anche solo immaginabili.
Passare per le strade, vederci sorrisi e anche discussioni.
E sorridere di tutto.
Pensare che l’unica cosa che vuoi, adesso, è sorridere all’unica persona al mondo che non ti vuole vedere, non ti cerca, e raccontargli che nel fondo di dolore in cui ti eri confinata, c’hai visto una marea di luce e che ne vorresti uscire, dal nero, e arrivare a quella luce, scioglierti nella luce e pensare solo a goderne.
Pensare che quella persona ne è stata mezzo, motore. Amore puro.
Che ti si sei ritrovata una specie di energia incontenibile dentro, quell’energia ha un nome, amore, e un’espressione, dare, che sono le cose più difficili da fare in questo mondo.
Non è che poi ti manca, questo motore. E’ mancato i primi giorni, quelli dell’incertezza, oggi c’è una specie di sublimazione e scopri di passare le ore a raccontargli le cose. A sperare di incontrarlo casualmente per strada, e che tutto sia se non come prima, almeno più maturo.
Perché puoi combatterla quanto vuoi la natura che hai, puoi ucciderla, seppellirla sotto consuetudini, sotto “è lecito”, “giusto”, perfino sotto l’obbligo.
Ma è come una serpe che ti avvolge e prima o poi, per non morire, esce.
E’ una crepa leggera. Poi diventa una vera e propria falla. Poi, un’esplosione.
Sono quei no. Sono quei cambiamenti che ti rendono felice e triste assieme, ma sono necessari.
E’ come una specie di corda. Puoi tirare, puoi stare lì ad aggrapparti più in alto, ma è solo per un tempo momentaneo.
Poi cadi. Ci sono giorni in cui tutto va bene e giorni in cui tutto va male. Giorni che sopravvivi, poi cadi, poi ti rialzi ed è tutto un dirti “No”.
Quel no non è a te. E’ mio. Sono io stessa a dirmi no.
Perché, sai, la paura arriva rapida, silenziosa, è una bestia, arriva e non fa più vivere, sperare, ti fa alzare andare verso la dispensa e affogare per non pensare. A lui, prima, a te, poi, ma non sono nemmeno due cose diverse sono una stessa rapida sensazione, che passa per la schiena e sale sale e sale ancora più su. Arriva sulla punta della lingua e non capisci nemmeno più se è dolce o salato quello che mangi.
Ha un unico sapore.
Mangi, butti giù e non sai nemmeno perché. Il cervello non c’è nemmeno, in ferie o semplicemente sotto scacco. Me lo immagino legato, ad una sedia, fermo immobile, tenuto in scacco dal mio diabete ancora infante e dalla pancia e da quella serpe che mi fa sperare di avere anche io dei fianchi. Li avevo, ma non mi ricordo più come erano. Se mi stendo, allora una curva la trovo, alle volte lui la sfiora. Mi chiedo, sai, se si illude anche lui.
Ti ho raccontato di lui, te ne ho parlato che forse è anche troppo, ne parlavo a me. Me lo trovavo la mattina al risveglio, sai, in quelle mattine con l’oro in bocca, belle, che tutto pareva normale.
Che mi pareva di alzarmi, di dire “ehi, va tutto bene. Oggi è un Nulla”. Bastava il tempo di mettere la musica e capire che quel dolore iniziava a irradiarsi sempre sempre e ancora di più.
Passava per la schiena e per le gambe fino al cuore, alla testa alla bocca. Ne usciva il suo nome sussurrato.
Mi manca e non lo ritrovo, immobile. Sta tutto in questo sai, questa fame che non controllo, i no che ti dico, il muro di cinta che costruisco solo intorno a chi mi pare, da lontano, un pericolo.
Con lui, sono state bugie e mezze verità. Allusioni, lui le odia le allusioni. Mattoni.
Poi la fuga. Altre braccia, altre mani, altre emozioni. Nulla diversi, poi, che Nulla non erano.
Mesi di silenzio. Tre mesi. Forse più. Ho lasciato i suoi spazi, il tempo. Non l’ho cercato. Ho ammucchiato lettere mai spedite. L’ho cercato fra le strisce del tempo.
Sentire sulla lingua vibrare fiati che portano altri nomi, mani che si muovono. Mani che non sono quelle. E le cerchi. Nella forza delle strette che ricordi, conti i giorni da quelle strette e pensi solo che c’è solo tempo, passato, ore, giorni, guarda, so anche i minuti. Sono sospiri.
Pensi a “non dirmi che hai paura, non dirmi oddio”. A una mano forte che passa per la schiena. Un abbraccio, solo uno.

Non è mancanza. E’ fame.
E’ speranza che lui passi di qua. Penso, immagino, io sono una sognatrice nata, che qualcuno gli parli, pensa te, e che tutto si dissolva.
Sogno di incontrarlo per caso. Di avere i capelli come li voglio i fianchi come li voglio, un’espressione come ..dolce. Perché io non sono cattiva.
Ma passo per cattiva. Quante nefandezze ho fatto, quante volte il Karma mi è diventato verde acido, e io come lui? Io sono così chiusa su me stessa, sai, ha ragione, e quei no sono serrature che ho messo, in fin dei conti, sei uno specchio che legge le cose più intime di me, attraverso queste righe e questi segni e così, solo così, io sono nuda.
Di fronte a tutti. Persa.
A Largo Agnesi. Parcheggiare di fretta, scappare a lavoro e poi, tornando, sfatta, stanca, vedere la sua macchina. Annusare dal vetro, lì intorno. L’odore.
Il suo.
E salire in macchina. Urlare.
Mangiare.
Scrivere.
Non a lui.
Poi tornare, e scrivere a lui. Per strada parlargli. Dirgli, ci sono così tante cose. Poi sentirsi sterili e pesanti.
Ho pensato a me, al mio spazio, a quanta superficie occupavo, l’ho aggredito col mio dolore, me lo creavo apposta a rintanarmi sempre più giù e giù e… Giu.

In fondo. Al nero.
Al No che ti dico.
Vorrei dirti si, che hai ragione. Io sono spaventata anche solo dal credere che in fondo niente è peggio di questo sopravvivere.
Ma poi mi dico che lui non c’è e allora sto in questa grotta.

Non sono intelligente vedi. Nemmeno coraggiosa.
Dovevo dirglielo che l’amavo, con tutte le mie energie, zoppicando.
Facendo errori, ma l’amavo. Sempre di più.
Ogni giorno.
Che sorridevo, al mondo, a lui.
Che il Sanpietrino alla fine l’ho rubato, che ho imparato a parcheggiare a retromarcia.
Lì, vicino al Bar. Che Simone mi dice sempre “tutto bene?” e io gli dico “si”.
Che il libro non l’ho letto, l’ho abbandonato lì a Largo Agnesi, vista Colosseo.
Che è sangue, vita e aria.
E che non stavo così da anni, così viva.

No.. perché non c’è e anche tutto questo è pietoso e ridicolo.
Che come ha detto lui, si crede all’energia che si sviluppa fra due corpi che entrano in contatto.
E sai a me cosa viene in mente? La mia testata contro il montante della macchina. Il mio “ahi!” le sue dita fra i capelli che non gli permettevo di toccare.

Lui, il mio ciclone.
Mi dicono “hai gli occhi spenti”.
Diversi, ma compatibili.

Sto nella mia caverna di no. Spero, lo chiamo, gli parlo. Parlo anche a me.
Sono spaventata a morte. E di solito, quando è così, mi aggrappo per non cadere.
Non puoi salvarmi. Nessuno può
Io, si

Ma dimmi. Da dove si inizia?

Verloren

Poi mi sono accorta che non c’eri.
Niente “coma etilico”, niente cose di casa così simili, niente sale nel dolce.
Niente.
Mi sono accorta che non c’eri.
Che è colpa mia, alla fine. Che sono ripassata, ancora, gli stessi errori, camminando male e inciampando, guardando in alto, con l’acqua negli occhi, pensando che, in fondo, quella paura di toccarti o di viverti mi ha fatto stare 365 giorni chiusa e non solo, 365 a quanto? un pugno di chilometri da te, mi ha fatto pensare che non c’eri, quest’anno.
Non c’eri, ancora, e ti ho cercato, pensato, sorriso a pensarti così, lontano. Così.
Una papera per l’acqua e un nero natale, in borsa, come se fossero àncora per non perdermi troppo in un mare di dolore e di nero.
Ho scavato il fondo, l’ho raschiato con le dita e mi ci sono consumata le unghie.
E non ho vinto, almeno in parte.
Certe cose sono state sistemate.
Altre, no
Altre, sono buchi.
Assenze. Di risate, di pelle, di cibo. Di Lui, che manca in ogni cosa; sai, avevi ragione: l’assenza ha portato incattivimento, apatia, dolore diffuso, come aria, come merda, come non lo so.
Io, sono diventata più dolorosa del solito, più cinica del solito, io, mi sono guardata e mi sono vista fredda, quasi morta, Lui non c’era, non c’ero io. Non c’era più quella felicità che ti scrivevo e tu rispondevi così.

Non mi sono accorta di te che scivolavi via, piano, che andavi via, piano, che non eri più solo.
Cambiamenti che percepivo sulla pelle, prima, che sentivo e che anticipavo non li ho sentiti.
Mi sono caduti in testa, detti in un secondo tutto d’un fiato, come se fossero coltelli lanciati, senza mira.
Tutti andati a segno.

Quest’anno niente coincidenze.
Quest’anno niente chiacchierata, dopo.
Non ci sei.
E mi manchi.
Tu. E il giornale arrotolato.