Stasera c’è quest’aria calda e arrivano tutte queste voci Signor K, le senti anche te?!
Questo brusio, mi hai trascinato qui per farmi riempire di luce, per farmi svegliare dal torpore che hai nutrito, nella finta speranza che il risveglio fosse rapido e indolore, che te fossi la sveglia dal ticchettio lieve e gentile, dal trillo simpatico con le note Emir Kusturica che ti accompagnano da sempre, i tuoi occhi la prima cosa da vedere, i tuoi capelli mai a posto da toccare per primi, due metri da percorrere. Quante volte Signor K, abbiamo ricordato il Mondo Bizzarro dove ci siamo incontrati, le tue mani e le mie e la musica e poi la Notte, e ce ne sono state tante di notti, di viaggi, di Private Press, di vino e di frutta, pane e olive, di posti lontani e piccoli video.
Un puzzle, i nostri visi che cambiano le prime rughe il mio essere sottile, le mie espansioni nel mondo, i miei buchi neri e le mie battaglie per uscirne, arrivare al bordo e ricadere giù.
Lo stemma del Frigo e il due di Picche, la tua famiglia e la vita, Amelie, e tutto che cambia e si rinnova.
No, Signor K, nulla in fondo si è rotto. Guarda Barrio Lavapiés qui sotto, guardalo bene, mi ci hai portato te, che con O’. trascini tutto il lavoro di un anno per l’Europa e per il mondo, tutto in una borsa, basta poco, te hai tutto dentro. Hai deciso di scoprire l’animo umano, vuoi indagarlo. E’ il tuo progetto più prezioso.
Le tue giacche lise e i tuoi occhi grandi, le tue dita lunghe e sempre in movimento, le tue Gauloises Rosse, Signor K, te ne sei accorto anche te. Arrivano i tuoi monosillabi e sono spine. Te, punto di Luce nel nero, te, che raccogli i miei segreti e li conservi, li esamini e poi li disperdi. Te, le 16 e 30 al Colosseo che arrivo con due occhi grandi e pieni di lacrime, sconfitta, ti dico “sono io disperata” e ti dico paure che nemmeno a me stessa ammetto, te che mi guardi ma non parli, stai lì, ancora o si, o no, mai un però o un forse.
Perchè qui a Barrio Lavapiés ti ho detto che amo come si fa senza chiedere nulla in quel modo che ho sempre sognato e che il Complice esiste, che lo voglio.
Ti ho detto che Madrid è piena di fantasmi, te l’ho detto mentre strappavo il biglietto per Lisbona e ti chiedevo di tornare fra le pietre antiche, di lasciarmi al Colosseo, lasciarmi solo lì, per un po’. Ti ho raccontato tutto per colori e quadri, hai letto il mio diario di viaggio, ti sei accorto della piega dei fianchi l’hai stretta in una mano, mi hai guardato con occhi tristi, occhi che non avevo mai visto.
E quando ti ho chiamato per nome, cercando incantesimi, te mi hai guardato, ancora, mi hai trovto sottile, mi hai sentita lontana. Hai stretto più forte, hai voluto un nome e un perchè, sussurrati, qui fra questo brusio di voci e di vita che scorre. Mi hai detto che il mio cuore era caldo e che batteva, correva, stavolta non era per poco. Stavolta c’era una sfumatura di rosso che non c’è mai stata.
Fra i miei azzurri e i miei grigi, questo rosso si diffondeva, così hai detto, si espandeva e prendeva tutto, scorreva nelle vene e portava onde di vita impellente che non ho mai avuto.
Mi hai raccolto fuori dal pozzo, camicia bianca, ormai troppo larga, l’hai guardata e misurata mi hai chiesto dove era finita quella ragazzina impacciata e imbranata, timida e arrabbiata col mondo.
Mi hai chiesto dove mai fosse finito il mio cuore.
Ti ho risposto
“660 chilometri da qui”
Te hai guardato in là, mi hai detto che avevi paura per me, paura perchè io amo e amo adesso troppo, con la consapevolezza del dare senza chiedere, dell’essere felice dell’esistenza, del respiro, degli odori e della pelle. Senza chiedere e senza paure, amo, e solo questo. Chè l’uomo senza amore in fondo cosa è, se è poi il motore che smuove tutto, che ci circonda.
Mi hai posato una mano sul ventre, piano, mi hai toccato come a ritrovarmi, ma non c’era più nessuna corazza, ti ho detto che volevo riempirlo d’amore, senza paure.
Mi hai chiesto del passato e ho sorriso, ti ho detto che le paure le avevo ancora: paura di scrivere e di sentire solo critiche, di essere trasparente, di dare, ma di più. Che non capisse quanto davo. Senza null’altro. Dare. Dare e Dare.
Hai lasciato la tua 8mm accesa, quella che ci ha accompagnato in 10anni di notti come questa.
Queste ore sono qui, davanti a me. Scorrono. Le risento.
Ma non sento la tua voce.
Hai indagato l’animo umano, come volevi. Hai indagato dentro di me, mi sono messa a nudo, ti ho dato il cuore, ti ho fatto vedere un viso, ascoltare una voce, leggere parole. Ti ho detto “L’amo, come si ama qualcosa di raro, come se fossi priva di memoria. Amo, come se fossi senza vita. E’ luce, è essenza, è energia. L’amo.”
Silenzio.
E finisce con il tuo “ti amo” e il mio “non posso”.
Hell is around the corner.