Il post l’ho eliminato, ma mi è anche dispiaciuto.
Monitorizzalo il blog, almeno mi porti visite. Anzi metti l’indirizzo dove ti pare.

Il problema è questo: te non sei mia amica.
Io vengo dopo…. aspè, la lista è lunga.
Non mi dispiace di averlo scritto, non lo trovo nemmeno offensivo.
Trovo sciocco scrivermi che magari, chi mi dà da lavorare, se opportunamente contattato, potrebbe inserirti nel giro.
E piano piano, dopo anni, la cosa si è sgretolata. E quest’ultima cosa, quella frase, il mio imbarazzo, il tuo atteggiamento mi ha fatto capire solo una cosa: che per te servo solo, ma un reale peso affettivo, non c’è.

E il mio mondo si muove, per fortuna, benissimo.
Felicissima.

L’ho rimosso il post.
Si, perchè m’è dispiaciuto in fondo, mica son di legno. Quante volte mi hai aiutato?! quante volte abbiamo riso scherzato, o diviso dolori?! quante volte quando stavo male ti ho chiamato? ma poi quella vena di lontananza, perchè nel frattempo te eri presa sempre da altro, sempre da qualcosa di nuovo. Soffermandoti poco, mentre nel mio egoismo avrei voluto che ti soffermassi di più.
Solo che qualcosa si è rotto.

E i rami penzolanti a me danno noia.

“Tu ci devi credere!! Te sei brava!!”, questo ripetono incessantemente alla Caporedattrice aka Segretaria di Redazione. Nel frattempo lei si ascolta nella sua testa l’attacco di “Empire state of mind”.
Una cosa continua. L’attacco riparte più e più volte.
Nella sua testa passano voci e scene. La fermata Cavour della metro, il terzo ordine del Colosseo. Occhiali bianchi.

Nella sua testa si materializzano sogni:
- Un Nulla Eterno. Possibilmente nei giardini di Villa Medici.
- La bottiglia di Cesanese del Piglio 2006 V.Q.P.R.D., due bicchieri.
- La S100Fs sempre carica, rapidissima e sempre perfetta.
- La D200 improvvisamente leggera.
- Photoshop in diretto collegamento con il cervello.
- Il Laboratorio improvvisamente sgombro da pettegolezzi che dimostrano scarsa fiducia nel prossimo.
- Artisti razionali. Almeno sul piano interpersonale.
- Berlino, e te.
- Luce materica e pulsante, materia da fotografare e improvvisamente da catturare in uno sguardo, Luce=soggetto.
- Un mondo senza albi professionali. Senza esami. Senza dittature, ruoli da mantenere. Scudi da indossare scuse da mostrare.
- Un mondo senza tesserini. Senza contributi da versare.
- Un mondo dove te ci sei sempre, continuamente, nervosamente.
- Un mondo dove essere luce. Pulsante Materica Luce.
- Dire “Sorridi” e ricevere una valanga di sorrisi: liberatori, dolci, arrapanti, confusi, nervosi. Ammesse anche linguacce.
- Una lettera già scritta, giusta, non 200 disperse sulla scrivania, cancellate e recuperate, disegnate, graffiate.
- ArteRie viva vegeta e senza statuto.
- The Dog Days Are Over
- Dare. In una maniera puramente casuale. Il Dar3 comprende, oltre l’inchiostro, anche le critiche, suggerimenti ed idee. Ma il Dar3 non ha nulla a che fare con qualsiasi atto regolamentato dal Codice Civile, Penale e quelli di Procedura. Non segue regole precise, nemmeno quelle del baratto. Il Dar3 regole non ne ha, te l’ho mai detto?, formula incorruttibile che alla base ha solo un gesto, impeto, fatto di nulla, non c’è possesso nel dare; anzi, rinnega ogni forma di possesso per rivendicare il suo stato di Nulla Primordiale, unico Brodo di sentimenti e Kaos.
- Superare degli impass quali: l’incomunicabilità, i preconcetti, le idee, posizioni.

“Te sei Brava!!” ripetono. Lei torna lì, ferma ad un angolo, si riascolta e si chiede che cazzo le sia passato per la testa, tanto da dimenticarsi di sorridere. Si ricorda, si morde la lingua, poi pensa e vorrebbe farsi di corsa 100 km. Di corsa, d’un fiato.
“Te hai la stoffa del capo”, dicono. E lei pensa che vorrebbe solo guarire, solo stare bene. Togliere il Ritter dalla borsa che è lì, peccaminoso. Rifugio calmo e momentaneo. Poi si sente larga nei jeans, gode un po’ e si dice no. E in quel no c’è tutta la teoria del chakra sbloccato, di Berlino, della Luce.

Si sveglia. Oltre l’attacco è partita la musica e dice “sono solo una photoeditor. profondamente. niente capo. non so dire no. anche a chi se lo merita. scusate, devo finire un portfolio, è importante”.

Ma si possono pagare 160 mila euro per mettere sacchetti di sabbia intorno alla statua di Dante? Ma di più…. ma come fai a chiamarla Arte?

Mr Oban è un uomo gentile, che ti soccorre anche quando mandi sms alla persona sbagliata perchè la rotellina del BB sì è comoda ma basta un biz e fa casini.
E te ne accorgi la mattina dopo.
A Mr Oban potresti anche perdonare il fatto di essere un avvocato, solo perchè lui è Barney e te la lagnosa Seconda Signora Panofsky, con qualche nota alla Clara, soprattutto per l’autolesionismo.

Mr Oban riesce a rallegrarti la giornata che è iniziata con un ciao …… che non era rivolto a te, ma in fin dei conti che ti lamenti, è che stai facendo Suor Dentona e alla fine ogni tanto fa bene anche mettersi nei panni degli altri e capire che se fai una cosa, anche se la fai a cazzo, agli altri non arriva che la fai a cazzo, la fai e basta e ha delle dirette conseguenze dell’agire a cazzo. Non è che puoi evangelizzare una cosa e razzolare corbellerie.
E nemmeno trovare sostituzioni dell’ultimo minuto.

Mr Oban c’è. Se non ci fosse lo impasterei come si fa con il Casatiello di Pasqua.

….. posso star male alle volte.

Il contemporaneo è costitutivamente in anticipo su se stesso e, proprio per questo sempre in ritardo.

“Ti vedo un po’ triste”
“Ma no, perchè? sto bene”.
Perchè non leggi?”
“Così, oggi non mi va.”

“Sai che a scuola ho raccontato di quando questa estate abbiamo mangiato tutti insieme? io te, lei e G.”
“Ah…. e la maestra ha detto che sei in mezzo ai matti e ha chiamato di corsa i servizi sociali?!”
“No, ho scritto che ci siamo divertiti e che vi chiamate Donna e Uomo. Questo mi fa divertire tanto. Ma siete fidanzati?”
“No”
“E allora perchè dove stava lui stavi te e dove stavi te stava lui?”
“La cucina è quella… che vuoi fare, o così o niente”
“Ma ti piace?”
“….”
“Secondo me si”
“Ma nooooo!”
…..
“E perchè non siete fidanzati?”
“Perchè no”
“E perchè?”
“Succede”
Si, va bene, ma perchè?”
“Non lo so”
“Ma te gli vuoi bene?”
“Si tanto”
“E glielo hai mai detto?”
“No”
“Perchè?”
“Perchè non è facile, non è semplice e io non ci riesco”
…..
“Ma viene di nuovo a trovarci?”
“Non lo so però possiamo chiederglielo se ti va”
“E quando?”
“Dopo…..”
“Mi passi il suo contatto msn?”
“Per farci cosa?!”
“Dirgli che te sei buonissima e bellissima e che sei dolce e con te stiamo tanto bene e ci divertiamo tanto. Non gliel’ho detto quando mi ha chiesto come sei perchè mi faceva paura ma adesso glielo dico e gli dico anche che si deve fidanzare con te”
“……”
“Perchè poi così andiamo in giro tutti insieme”
“Ma quello si può fare anche senza essere fidanzati”
“No! perchè così vi tenete per mano”
“E quindi?”
“E quindi vuol dire che siete fidanzati”
“Non fa una piega”
…….
“Senti ma….. lo chiamiamo”
“No”
“Perchè?”
“Perchè non possiamo rompere le scatole alle persone”
“Si ma lui è lui e possiamo”
“Ma che risposta è?”
“La risposta giusta”
….
“Si ma perchè non vi fidanzate?! Lui non ti piace perchè è magro?”
“No, è più complicato e tutto il contrario. Contenta adesso?”
“NO perchè non ho capito”
“Vabbè, non è che lui non mi piace è che io non piaccio a lui”
“Non è vero”
“Che ne sai?”
Che ne sai tu? te lo ha detto? Eh vedi? non lo sai”
…….

“Ho capito. Invitiamolo a pranzo, gli cuciniamo gli Smile e poi lo porto di là e ci parlo io”

Cristina. 9 anni.

Stasera c’è quest’aria calda e arrivano tutte queste voci Signor K, le senti anche te?!

Questo brusio, mi hai trascinato qui per farmi riempire di luce, per farmi svegliare dal torpore che hai nutrito, nella finta speranza che il risveglio fosse rapido e indolore, che te fossi la sveglia dal ticchettio lieve e gentile, dal trillo simpatico con le note Emir Kusturica che ti accompagnano da sempre, i tuoi occhi la prima cosa da vedere, i tuoi capelli mai a posto da toccare per primi, due metri da percorrere. Quante volte Signor K, abbiamo ricordato il Mondo Bizzarro dove ci siamo incontrati, le tue mani e le mie e la musica e poi la Notte, e ce ne sono state tante di notti, di viaggi, di Private Press, di vino e di frutta, pane e olive, di posti lontani e piccoli video.
Un puzzle, i nostri visi che cambiano le prime rughe il mio essere sottile, le mie espansioni nel mondo, i miei buchi neri e le mie battaglie per uscirne, arrivare al bordo e ricadere giù.
Lo stemma del Frigo e il due di Picche, la tua famiglia e la vita, Amelie, e tutto che cambia e si rinnova.

No, Signor K, nulla in fondo si è rotto. Guarda Barrio Lavapiés qui sotto, guardalo bene, mi ci hai portato te, che con O’. trascini tutto il lavoro di un anno per l’Europa e per il mondo, tutto in una borsa, basta poco, te hai tutto dentro. Hai deciso di scoprire l’animo umano, vuoi indagarlo. E’ il tuo progetto più prezioso.
Le tue giacche lise e i tuoi occhi grandi, le tue dita lunghe e sempre in movimento, le tue Gauloises Rosse, Signor K, te ne sei accorto anche te. Arrivano i tuoi monosillabi e sono spine. Te, punto di Luce nel nero, te, che raccogli i miei segreti e li conservi, li esamini e poi li disperdi. Te, le 16 e 30 al Colosseo che arrivo con due occhi grandi e pieni di lacrime, sconfitta, ti dico “sono io disperata” e ti dico paure che nemmeno a me stessa ammetto, te che mi guardi ma non parli, stai lì, ancora o si, o no, mai un però o un forse.
Perchè qui a Barrio Lavapiés ti ho detto che amo come si fa senza chiedere nulla in quel modo che ho sempre sognato e che il Complice esiste, che lo voglio.
Ti ho detto che Madrid è piena di fantasmi, te l’ho detto mentre strappavo il biglietto per Lisbona e ti chiedevo di tornare fra le pietre antiche, di lasciarmi al Colosseo, lasciarmi solo lì, per un po’. Ti ho raccontato tutto per colori e quadri, hai letto il mio diario di viaggio, ti sei accorto della piega dei fianchi l’hai stretta in una mano, mi hai guardato con occhi tristi, occhi che non avevo mai visto.
E quando ti ho chiamato per nome, cercando incantesimi, te mi hai guardato, ancora, mi hai trovto sottile, mi hai sentita lontana. Hai stretto più forte, hai voluto un nome e un perchè, sussurrati, qui fra questo brusio di voci e di vita che scorre. Mi hai detto che il mio cuore era caldo e che batteva, correva, stavolta non era per poco. Stavolta c’era una sfumatura di rosso che non c’è mai stata.
Fra i miei azzurri e i miei grigi, questo rosso si diffondeva, così hai detto, si espandeva e prendeva tutto, scorreva nelle vene e portava onde di vita impellente che non ho mai avuto.
Mi hai raccolto fuori dal pozzo, camicia bianca, ormai troppo larga, l’hai guardata e misurata mi hai chiesto dove era finita quella ragazzina impacciata e imbranata, timida e arrabbiata col mondo.
Mi hai chiesto dove mai fosse finito il mio cuore.
Ti ho risposto
“660 chilometri da qui”
Te hai guardato in là, mi hai detto che avevi paura per me, paura perchè io amo e amo adesso troppo, con la consapevolezza del dare senza chiedere, dell’essere felice dell’esistenza, del respiro, degli odori e della pelle. Senza chiedere e senza paure, amo, e solo questo. Chè l’uomo senza amore in fondo cosa è, se è poi il motore che smuove tutto, che ci circonda.
Mi hai posato una mano sul ventre, piano, mi hai toccato come a ritrovarmi, ma non c’era più nessuna corazza, ti ho detto che volevo riempirlo d’amore, senza paure.
Mi hai chiesto del passato e ho sorriso, ti ho detto che le paure le avevo ancora: paura di scrivere e di sentire solo critiche, di essere trasparente, di dare, ma di più. Che non capisse quanto davo. Senza null’altro. Dare. Dare e Dare.

Hai lasciato la tua 8mm accesa, quella che ci ha accompagnato in 10anni di notti come questa.
Queste ore sono qui, davanti a me. Scorrono. Le risento.
Ma non sento la tua voce.
Hai indagato l’animo umano, come volevi. Hai indagato dentro di me, mi sono messa a nudo, ti ho dato il cuore, ti ho fatto vedere un viso, ascoltare una voce, leggere parole. Ti ho detto “L’amo, come si ama qualcosa di raro, come se fossi priva di memoria. Amo, come se fossi senza vita. E’ luce, è essenza, è energia. L’amo.”

Silenzio.

E finisce con il tuo “ti amo” e il mio “non posso”.

Hell is around the corner.

Stamattina mi sveglio e come prima incombenza penso non tanto all’articolo che avrei dovuto scrivere stanotte, ma principalmente a 2 cose: una che son proprio ingenua, e che sì, odio le verità in faccia quindi lasciatemi l’intuizione (che nel 99, 999999 % periodico è azzeccata) , la seconda è che devo provvedere a faccenduole corporee che comprendono decespugliare alcune zone e spargere creme qui e lì.
Mentre sono a letto, orfana di iPod, penso al mio sistema immunitario, al miele di erba medica, a come avviare una certa cosa all’inverno. Nel senso, se i maschi medi danno molta importanza all’inquilino del piano di sotto, posso darla anche io alla mia compagna di vita?!

Nei film non c’è mai la protagonista che poco prima strabuzza gli occhi e pensa “porca troia, ce l’ho incolta”, va tutto perfetto. Lei non ha un pelo fuori posto -in alcuni film non ce l’ha proprio- la sua pelle è liscia, setosa, compatta come la pubblicità della Dove mentre nel 90% dei casi le donne normali arrancano.
Fiera di essere così così, ma preoccupata anche del conseguente calo di peso che comporta: a- non saper prendere le misure, ossia, dove prima sapevo che non ci sarei mai entrata ora c’entro ma continuo a dire no, non c’entro, b- jeans larghi, gonne larghe, maglie larghe, 2 taglie in meno, nessuno lo nota se non la mia estetistamica che mi becca sempre mutande e reggiseno, e conseguente pensiero di essere così Così Così che sono tutti abituati alla mia espressione di TristeSSSSa che nessuno nota la mia Gaiezza e se la notano pensano che io sia strafatta d’erba (ma non ci abbandoniamo a brutti pensieri); vengo presa da voglia di Galateo della Topa.

Ossia, se la faccio glabra, poi cosa comunico? (sebbene la visione della stessa sia come l’esposizione della Sacra Sindone) Aggressività? L’idea di fa tanto ragazzina aiuto, sono un pedofilo? Donna naufragata forse pornoattrice amatoriale? Donna che se la trastulla in continuazione?
Se faccio la striscetta, come la lascio? dritta? che si allarga verso l’alto? ci disegno qualcosa come suggerito dall’acconciatore di topa della Braun che te lo vendono per 79 euri con le formine? (a cuore, con la freccetta, con la corona…)?
Se la lascio incolta, o meglio, do una sistemata solo ai lati, faccio molto Moana anni ‘80?
Questa discussione viene presa spesso anche con Emanuela e Cristina, che di tope ne vedono tante in tante forme.
Un po’ come al primo appuntamento fra le lenzuola scopri che lui ce l’ha piccolo, storto, venoso, che punta verso l’alto, verso il basso, in alto ( a sinistra o destra) dritto, con la punta a fungo, a punta, un po’ piatta, con frenulo assente o presente o corto, con palle appese, a scomparsa, retrattili, forse potrebbe capitarti anche ebreo quindi circoinciso e non fate la battuta di Uma Thurman in Prime.
Te stai lì, mentre il suddetto lui fa ispezione e ti chiedi “ok, Ciccio, cosa stai pensando? guarda che ti faccio la battuta della Lumaca e ti assicuro che è pessima, e nel frattempo, sempre a richiesta, mi passi una birra e ti rutto l’alfabeto”.
E’ un po’ come un biglietto da visita: valuto i maschi dalla lunghezza delle dita e le donne dal quantitativo e dalla forma delle borse che usano, si valuta il lui anche dalla dimensione dell’uccello, quindi, per una specie di mutuo scambio e omologazione della mentalità, lui valuta noi dalla tenuta della nostra topa.
E poi, domanda insita nel rapporto fra moglie e marito: se dopo anni di matrimonio lei si scopre sessantottina e ritrova la sua dimensione scimmiesca che cosa si fa?
E poi, ma questa rimarrà irrisolta quindi è inutile formularla.

E infine. Sì, mi ispira peccaminosi pensieri se rasata di fresco.

E per ultimo, ma molto importante: non fate domande, non avrete MAI risposta.

In quella foto ci sono anche io.
Mentre la tua vita va da un’altra parte, la mia si stravolge e prende forma, in un modo assolutamente stupido, mi ritrovo in quella foto.
La testa gira, la prendo fra le mani e la fermo.
Scappo dal dolore.
Non voglio più star male, non mi sto facendo più male.
Mi accetto, per quello che sono, che sento e che voglio. E non posso farci nulla, nella tensione di fartelo sentire, qualcosa sfugge e mi pare di non fare abbastanza, dire abbastanza.
Tensione verso la perfezione che non si raggiungerà mai, aspettando il tuo “La” che non accorderà nulla, ricordando frasi sconnesse seminate qui e lì e non più annaffiate.