Perchè quando arrivo a Milano sogno il treno che mi riporterà sotto il Colosseo.
Perchè te ridi, anche se non c’è nulla da ridere.
La signora in fondo alla carrozza non ha fatto altro che guardarti durante il viaggio, sfogliava lentamente il giornale e si girava, quando ti sentiva ridere, quando mi richiamavi, dicendo che mettevo troppa distanza.
Ridi, ridi sempre.
Poi sorridi, prendi il mio cellulare e controlli, chiedi e guardi fuori dal finestrino, mi dici “la neve” e sorridi.
La neve. E una stupida che ci correva nuda, che non si vergognava, che della vita non aveva paura.
Pensi a quello, io ricordo te che ridi.
Prendi la valigia con sicurezza, non ti guardi intorno, non noti nemmeno gli occhi che non ti hanno lasciato un minuto in questo viaggio, guardi me che cammino a trenta passi da te, incupita, che alzo il collo del cappotto e te sorridi. Mi aspetti, poi riprendi a camminare veloce.
E io mi sento a Roma.
Ti guardo e non so cosa provi.
Io mi sento in colpa. Perchè non ti amo più, e neanche far l’amore con te è bastato a cambiare questa cosa. Nemmeno riperdersi in quel mondo fatto di noi, di intrecci, di sincronismi, di simbiosi.
Non è servito quel lento scivolare delle tue mani ad afferrarmi, muovermi, il tuo modo unico di farmi sentire unica, splendida, perfetta.
Non c’è più. Nemmeno quel mio trattenerti invece di farti fuggire, scappare, ha portato indietro il tempo. Non c’è più tempo.
Ti guardo, e mi do colpe non mie. Non averti ascoltato, aver sottovalutato le tue paure, averle presto archiviate sotto la voce “conseguenze”.
Mi hai chiesto cosa farò dopo di te, con chi passerò quelle serate a far il giro del Colosseo, mi guardi, adesso, e mi dici che sono lontana da te, che il mio guscio si è rotto e che adesso è come sangue che scivola via e che no, stavolta no, non lo posso fermare. Che non posso fare ancora lo stesso sbaglio, non posso permettermi, adesso, di scegliere una strada fatta di sofferenza e di dolore, di corde strette intorno al collo, strette e piene di nodi
Che niente posso negarmi, basta volerlo.
Ti dico che sarà ancora peggio, stavolta, perchè ho la consapevolezza d’amare e che questa è una specie di lama che ti trafigge quando qualcosa non va, quando le parole sono dolci, ma dure, non tue, non per te, che fa malissimo, adesso, te lo dico adesso, stesa accanto a te, e sì, sono lacrime perchè è tutto pesante e magari, con loro, un poco di dolore andrà via.
Pieghi la bocca, ti avvicini e mi nascondi. E il tuo profumo mi avvolge e penso che questo mi mancherà più d’ogni altra cosa. Come quello di nostro figlio.
Una notte persa nel tempo.
Quanti anni ho?! Dimmelo, perchè io non lo ricordo. Dove siamo, che cosa stiamo facendo qui, col soffitto blu e le luci basse, con il freddo e la neve, con una sentenza sulla scrivania e una speranza iniettata nelle vene, dimmelo cosa stiamo facendo, dimmelo te che le idee le hai avute sempre chiare.
Te, che ti perdi a raccontarmi pezzi di vita, io li mangio, li sento miei, e io che ti racconto dello sbaglio di fine anno e te che mi guardi e ridi, sorridi, poi ti incupisci e mi dici che questa piccola luce non è tua.
Che non è merito tuo, che vorresti fosse per te, tutto per te e che in fondo hai paura, la mia stessa paura, che tutto questo sparisca e che io ritorni nel mio fondo, fra disperazioni solo mie e paure che mi creo nel mio piangermi addosso, continuo e insignificante.
E per la prima volta me ne accorgo.
E tu sorridi, quando ti dico che ho fatto scoperte da nulla, per te, di tanto, per me.
Mi guardi stupito quando ti tengo, mi sussurri che sono pazza e che tutto sarà un disastro.
Sai a cosa sto pensando, mentre mi guardi, mentre mi dici “cambia la realtà”.
Tu che sai i miei sogni, te a cui arrivano chilometri di parole, sempre, che li sopporti che li ricordi, che li fai chiari, che sai quando mi chiudo e scrivo. Scrivo e basta.
Te.
Adesso.
Qui.
Io però non ci sono. E tu lo senti, chiaro.
E non me ne fai colpa, mi dici solo “prenditi ciò che vuoi, puoi”
E mi alzo, ti dico “non si può”.
E mi guardo allo specchio, mi vedo diversa, so perchè.
Me lo sento, anche se non so come farlo vedere.
So che strada devo seguire.
E questo è per ricordarlo a me stessa.
Quando hai visto la piccola sfera hai riso, hai detto “e questo?” ridendo.
E poi…
Un déjà vu, stesse parole.
A volte mi dico che il miracolo una volta, è già avvenuto.
E che la strada è tanta, ripida.
E oggi fa male.
Domani, andrà meglio.
Che sorrido, la vita prima o poi mi restituirà il sorriso.